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Luigi Nava
Antologia di messaggi alla rinfusa "rilegati" da Franco Lo Vecchio
Data di pubblicazione in questo sito 08 dicembre 2007
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La sua grandezza sta nell'appropriarsi totalmente di tutto quel che canta
di Luigi Nava - Maggio 2003
Infatti è un enorme mistero riuscire a capire come Mina
possa, nello stesso pomeriggio, cantare "Hai vinto tu" e "La seconda da sinistra". Come possa immergersi in due mondi, non solo musicali, ma soprattutto sentimentali, così radicalmente opposti. Come si fa? Io credo che qui stia un aspetto della sua grandezza: la capacità di appropriarsi totalmente di tutto quel che canta. Questo è il dato evidente. Come faccia, poi, non lo so spiegare. Vedo che accade. E' come quando ti accorgi che un miracolo è avvenuto e non sai capacitarti, e non sai dire perché è accaduto. Al massimo ci puoi provare. Ti puoi abbarbicare su tentativi logici. Ma la somma di tutte le parole, di tutti i tentativi di trovare il filo della logica, non riesce a dare spiegazione di quel risultato. Puoi dire: è una capacità innata, che non è frutto di studio, di esercizio. E' così è basta. E' soprattutto intelligenza immediata, quella che andare dritti alle cose, al cuore delle situazioni, delle parole che le esprimono. E' la genialità. E in tutto questo mi viene da applicare a Mina quello che lei scrisse su Fellini:"Ogni tanto Dio sembra che si risvegli dall’assenza, dal torpore in cui appare avviluppato, o in cui noi lo abbiamo costretto, e accadono i miracoli, che non hanno niente a che vedere con le Madonnine che lacrimano sangue, ma che si esprimono nella dimensione concreta di certi uomini. Sono quelle genialità imprevedibili, quelle umanità inspiegabili coi criteri razionalistici, che innestano un pezzetto di cielo nella nostra quotidianità. Capita solo qualche volta nell’arco di un secolo. Ma capita. Il miracolo della grazia che talvolta si incarna in una precisa personalità artistica è quello che ci fa dire che Dio non si è dimenticato di noi. E la controprova del genio sta nel fatto che gli viene tutto facile, che la melodia scorre come l’acqua di un ruscello e si fissa sul pentagramma, come per Mozart che non aveva bisogno di cancellature. Come per Fellini che ha avuto il dono di una enorme facilità espressiva e in più si sentiva investito di quella felicità tipica dell’uomo che si accorge che l’immagine interiore aderisce perfettamente alla forma visiva. E noi, il pubblico, ne percepiamo immediatamente il valore e la grandezza" .
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Mina è una di quelle poche persone di fronte alla quale non si può barare
di Luigi Nava - Maggio 2003
Ci assomigliamo o no? Non lo so. Certo, diversi aspetti sono simili. Ci sono aspetti del suo carattere che apprezzo molto, anche perché sono in parte anche miei.
La riservatezza, l'amore alle piccole cose, la pigrizia, la tendenza al nascondimento, l'atteggiamento che tende a valorizzare l'aspetto interiore delle cose. Ma ci dividono moltissime cose. Io non sono passionale come è Mina. Lei è una da "o tutto o niente". Io sono per le sfumature e i toni grigi. Lei è istintiva, pur nella sua razionalità. Io sono più freddo e misurato e non ho la sua pazzesca intuizione. Ricordo sempre con sgomento quando, alle 14,45 del 5 maggio 2002 (esattamente la domenica di un anno fa), mi chiamò al telefono. Stava per iniziare l'ultima giornata di campionato e disse con sintesi sinteticissima: "Sento Juve". E Juve fu, con sommo scorno per il sottoscritto. Grandi differenze, perché io sono per l'analisi minuziosa, lei è per la sintesi. Io vivo di riflessioni e di particolari. Lei è una che "sente" le cose con un fiuto pazzesco. Potrei dire miliardi di altre cose. Ma qui mi fermo. Per dire che, comunque, considero il fatto di esserle amico come una grande grazia. Molto tempo fa Lillo (dove sei? Ci manchi) mi chiese che cosa volesse dire essere amico di Mina. Io risposi così:
"Potevi scegliere tante domande, ma la prima che poni è impegnativa assai. Anche perché si tratta di scendere nel privato privato. Dico solo che per me essere amico di Mina significa essere in rapporto con una donna fuori dal comune, per la sua enorme umanità. E questo prescinde dal suo essere cantante. Una donna intelligente, che mette soggezione per la sua capacità naturale di essere autorevole e materna allo stesso tempo. Una donna che non ha bisogno di fronzoli, di formalismi. Una donna che ti costringe a non essere mai banale. Per me questo rapporto è stato ed è un'occasione enorme di conoscenza reciproca. Nel senso che, oltre a conoscere una persona che è una miniera di vita e di umanità, questa amicizia costringe a chiedersi il perché del rapporto. Intendo dire che è una di quelle amicizie che non si possono dare per scontate. Un'amicizia che non ha bisogno di tante parole o di frequentazioni infinite, ma che mi richiede sempre una posizione corretta. Mina è una di quelle poche persone di fronte alla quale non si può barare. E' un catalizzatore di verità per chi le sta di fronte. Ma tutto questo accade non per la serietà o la profondità dei discorsi. NO, assolutamente. Accade solo perché è una persona che non ti fa stare tranquillo interiormente. Anche se poi il tutto accade nella più assoluta normalità. Anche parlando del colore del prossimo golfino o delle piante da annaffiare. Chissà se sono riuscito a farmi capire?"
Luigi Nava
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La sua voce viene prima dal cervello che dall'ugola
di Luigi Nava - Aprile 2003
Non si può negare che Mina arriva al Live '78 dopo 6 anni dal suo ultimo concerto dal vivo e dopo 4 anni dalle sue ultime esibizioni in tv. La voce non era più la stessa degli anni prima. Ma ciò non significa che Mina avesse la voce che strilla o che gracchia. E' vero invece che, come già dissi e come anche stefano giustamente fa notare, la voce era già cambiata nei primi anni '70. Un album come "Altro" non può essere parogonato a "Canzonissima '68". E sono passati solo 4 anni.
Un brano come "Non ti riconosco più" (meraviglia!) non sembra essere cantato dalla stessa donna che 4 anni prima cantava "Fantasia".
Credo che la voce segua anche la consapevolezza della persona. Segua le traversie, le vicende, le maturazioni che avvengono. Mina nel 1972 è già madre per la seconda volta. Non è più la ragazzina prodigio di "Coriandoli" o di "Bum! Ahi, che colpo di luna". E' una donna matura, che ha una voce che ha seguito le sue vicende umane e che ora viene usata con molta maggiore consapevolezza. La voce che viene su dal diaframma, come è evidentissimo nel "Non devi dirlo maaaaaai" di "Io e te da soli" è anche frutto di una tecnica che si è raffinata. Ma come ho sempre detto, in Mina la tecnica è sempre frutto di una coscienza. Una volta le dissi (senza pensare di dire una cosa particolarmente originale!) che la sua voce viene prima dal cervello che dall'ugola. E lei, sorridendo appena, disse che era vero. L'aveva scritto anche lei su "Liberal" (senza false modestie):
"Tu dici che sono una grande cantante perché ho l’ugola d’oro. Invece è perché ho un cervello fenomenabile ..."
E' così. Nel '78 siamo ad un rientro. Il tendone della Bussola Domani è un forno. Mina ha qualche chilo in più degli anni precedenti. Suda. Sente il peso anche fisico del pubblico che ha di fronte. E' da qui che si capisce anche come la voce diventi graffiante. Certo, poi c'è stato di mezzo anche un problema di salute (una febbre virale) che la costrinse ad interrompere i concerti. Ricordiamoci che il Live '78 su disco è l'ultimo concerto che lei tenne. Io non c'ero, ma avrei voluto sentire come cantò all'inizio, a fine giugno o ai primi di luglio. Probabilmente a fine agosto c'era anche una certa pesantezza, una certa fatica. Ma tutto questo lo dico non per giustificare una voce che non è all'altezza. Lo dico per contestualizzare quel momento. Io non sono un tecnico o un filologo della musica. So solo che quella voce, quella del Live, è espressione di quello che Mina era in quel momento. In tutti i sensi. E di quello che Mina era nel rapporto diretto col pubblico. Questo fa capire perché aggredisce, graffia, sospira, addirittura gigioneggia. Parliamo, poi, della voce in "Dalla terra". Chi direbbe, non sapendo nulla di Mina, che quella è la voce di una che non cantava in pubblico da 22 anni? Chi direbbe che si tratta di una donna di 60 anni? Chi penserebbe che prima di cantare l'urlo di "Iam moriar" si era fumata una Camel? Certo, anch'io posso dire che noto un graffio nell'"Ave Maria" al "nobis peccatoribus". E mi dispiacque, all'inizio, che Mina scelse quella versione. Infatti alcuni mesi prima ne aveva incisa un'altra versione, a mo' di prova, e quel passaggio era molto più pulito. Ma chi se ne frega. Se ha voluto tenere quella, è perché l'ha ritenuta degna di essere l'immagine di sé e il vero volto di quel brano. E' vero che nel "Memorare" non è corretta la scansione del "confidentia" e che nel "Veni creator" è del tutto sbagliata la scansione delle sillabe in "Te utriusque Spiritum". Ma chi se ne accorge? E chi se ne frega? Anch'io noto che c'è sforzo in "raccogliamo tutti i fiori che può daaaarci primavera" di Margherita. Ma il passaggio "saliamo su nel cielo" è di una bellezza indicibile. Si è sforzata prima, ma alla fine sa dare alle parole il vero senso. E si gode.
La voce di Mina è un miracolo, pur nelle sue traversie, nelle sue metamorfosi. Anzi è miracolosa proprio per le sue metamorfosi, ed anche per le sue imprecisioni. Perché in tutto questo non c'è la freddezza del canto pulito, ma l'anima di una donna che è fatta di carne.
Una voce campionata forse canterebbe più pulita di una Mina un po' graffiante. Ma non ci sarebbe la sua anima.
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Nel canto, lei ti fa passare dal dubbio alla certezza, dall'idillio alla rabbia, dalla speranza al dolore, o viceversa.
di Luigi Nava - Aprile 2003
Come dicevo ieri, nel "Live '78" ci si può immergere in quei brani, lasciandosi trasportare dalla voce. Ma si può anche fare un ascolto attento, cogliendo ogni sfumatura della voce, ogni sospiro, ogni dettaglio tecnico. Ma in Mina un dettaglio tecnico non è mai fine a se stesso. Consente di comprendere di più il senso dell'interpretazione. Nella stessa canzone, una frase non è mai uguale all'altra. Un passaggio di note che si ripete viene reso in modi diversi. Il testo fa la sua parte. Ma anche il non detto tra le righe fa la sua parte. Mina racconta una storia e te la fa capire da come canta, ma anche da come altera la voce da un passaggio all'altro. In un brano ci sono spesso sentimenti e atteggiamenti diversissimi. Nel canto, lei ti fa passare dal dubbio alla certezza, dall'idillio alla rabbia, dalla speranza al dolore, o viceversa. Ascoltare, nel caso di un minofilo, non è mai, non può mai essere solo un "sentire". Ascoltare è rifare il suo stesso percorso. Lei l'ha fatto con la mente e con la voce. Noi lo facciamo non l'orecchio. Grazie a Billyboh per questi bellissimi "saggi" di vero ascolto.
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Dagli elenchi di canzoni ai duetti da proporre a Mina
di Luigi Nava - Ottobre 2002
Tempo fa la Bacheca pullulava di elenchi di canzoni da proporre a Mina. Interi repertori, sfilze infinite di brani, tratti dai terreni musicali più vari. Le si proponeva di cantare di tutto: dai vagiti dei bambini esquimesi, dalle nenie afghane, a Puccini, ai Manhattan Transfer. Qualcuno propose anche di sottoporle i suoni interstellari che i radar americani captano dagli anfratti più remoti dell'universo. La povera Mina già si apprestava a raccogliere tutto il materiale e a murarsi viva negli studi di Lugano, dopo essersi fatta iniettare nelle vene quantità industriali di Gerovital, per cantare fino a 175 anni. Adesso scoppia la mania dei duetti. Canta con Tizio! No, con Sempronio. Canta con la Berté, con la Mannoia, con mia sorella, con il barista sotto casa che è tanto bono, col coro della Sistina, con Pavarotti, con il Papa, con Fossati, con Lauzi, con Claudia Mori, con le Kessler. Qualcuno, non contento dei vivi, aveva scomodato anche i morti: Mina, canta con Sinatra! Che belli i duetti virtuali, possibili oggi grazie alle tecnologie! Non ho voglia di ironizzare, però. Diamoci una calmata. Se guardiamo al passato, Mina non ha mai inciso un duetto con una donna italiana. E credo proprio che finirà i suoi giorni fedele alla linea che ha sempre tenuto finora. Quindi Nilla o i suoi ammiratori si mettano il cuore in pace. Quello che dovrà cantare (e anche con chi dovrà cantare) lei lo sa già. Ha già progetti in testa per almeno tre anni. E quindi, una preghiera accorata: per almeno tre anni ci siano risparmiati gli appelli. Quello che ci regalerà (lo so per certo) sarà superiore ad ogni nostra aspettativa.
Nostra nota: Ahì! Ahì! Ahì caro Luigi! Purtroppo... passati i 3 anni è accaduto tutt'altro!!! Chissà che fine avrà fatto la mitica "sfera di cristallo" !
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Il Bandoneon al computer in "Notturno delle tre"
di Luigi Nava - Ottobre 2002
Ad un attento ascoltatore non si può negare mai una risposta. Ne abbiamo parlato a Milano, ma val la pena dirlo a tutti. Quando si stava lavorando a "Notturno delle tre" a Lugano, ho visto che Massimiliano, Ferrio e Carmine Di stavano davanti allo schermo di un computer. Mentre scorrevano le note dell'arrangiamento di "Notturno delle tre", sullo schermo si vedevano scorrere delle linee, come quelle che si vedono sui sismografi. Io non capisco nulla di queste cose, ma vedevo che, in parallelo con la musica, col bandoneon, si vedevano le linee che ad un certo punto avevano dei picchi, in corrispondenza col suono.
Non ho certezza assoluta sulla questione che poni, perché io ho visto un lavoro di controllo dell'arrangiamento, dopo che il bandoneon aveva già eseguito la sua parte. Ma l'impressione che avevo era che tutto fosse avvenuto al computer. Del resto, se il bandoneon fosse stato suonato da un musicista in carne ed ossa, sarebbe stato scritto. A questo punto, anch'io un po' mi spavento, per la capacità dell'elettronica di riprodurre lo strumento. Ma sono convinto che nessuna programmazione può sostituire la voce e tutte le sue inflessioni. L'anima non è riproducibile.
Nostra nota: Si arriverà anche a "sostituire la voce e tutte le sue inflessioni" e quel giorno di lutto lo sentiamo vicino.
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Mina è una che ti accompagna nella vita
di Luigi Nava - Ottobre 2002
Solo adesso mi rendo conto di quello che ho scritto. Solo adesso, perché sto leggendo i vostri commenti. Il tuo, in particolare. Credo che, per noi che le vogliamo bene, la voce di Mina, la sua presenza, sia innanzitutto un filo che si intreccia nella vita reale. Molti messaggi di questi giorni, e mi riferisco soprattutto a quelli più critici nei confronti di "Veleno", si riferivano soprattutto al fatto che non avevano ricevuto dal disco quelle emozioni provate in altre passate occasioni. Non entro nel merito dell'aspetto critico e delle valutazioni musicali. Mi soffermo sul fatto che quelle considerazioni, anche se evidenziavano un dato, una percezione negativa, contenevano però un positivo, anche se detto "al rovescio": Mina è una che ti accompagna nella vita, in tutte le esperienze che la vita offre. Nel dramma della solitudine, nella gioia di un amore. Allo stesso modo. Per me è stato sempre un po' così, in questi ultimi 20 anni (magari con l'aggiunta, non indifferente, che non si tratta solo di una voce che mi raggiunge su un disco). Mi inserisco qui perché il tuo messaggio mi riporta alla vita, anche quando sembra essere dura e assurda. Quando è contrassegnata da quei dolori che non riusciresti mai ad immaginare, se ci pensassi prima, quasi a volerli prevedere. Questo, anche questo, è la vita. E in questo strano intreccio di situazioni e di emozioni, la sua voce è un accompagnamento. Che ha sempre dentro una forza, una capacità di squarciare la contingenza. Per questo parlo sempre di Bellezza. Non per una sensibilità forzatamente estetica, ma per dare spazio a quella esigenza che fa parte di noi. E' quello che disse Mina in quel giorno: Siamo fatti per la bellezza e per la perfezione. E allora la morte ci fa orrore, perché è il massione dell'imperfezione. Ma c'è già qualcosa che ci fa vedere oltre quell'orrore. Perché la bellezza è un'anticipazione di quello che saremo. Quello che Mina disse 5 anni fa, ma anche quell'amore al bello che lei cerca di mettere nel suo modo di cantare, lo si può trovare in questo articolo del 1998. Non lo rileggevo da tantissimo tempo, ma stasera lo sento molto vero.
E' una chiave di lettura non solo del suo pensiero, ma anche di quello che la spinge a cantare. E leggerlo aiuta a capire chi è colei che ci raggiunge con la voce, che cosa vuol dire anche attraverso brani che sembrano solo "musica leggera".
"Cara Mina,
ti confesso la mia profonda perplessità a proposito del recente discorso del Papa che ha ribadito la posizione della Chiesa sulla reincarnazione. Il Pontefice riafferma la dottrina cristiana della risurrezione della carne, ma non può criticare le concezioni orientali che, tra l’altro, oggi prendono sempre più piede anche in Occidente. Io credo nella reincarnazione che è certamente più adeguata all’idea di una vita infinita che si ripresenta sotto mille forme. Anzi, sono convinta che in una vita precedente io ero una principessa indiana; infatti provo una grande attrazione per tutte le tradizioni orientali".
Sandra N., Genova
"Cara Sandra,
sento come un sottile brivido di invidia per le tue convinzioni che mi sembrano ben certe e radicate. Confesso la mia fragilità: io non sono capace di altrettanta sicurezza. Ma, visto che ti dimostri così esperta di tradizioni orientali, spiegami una cosa che non ho mai capito. Come mai tutti quelli che credono nella reincarnazione sono convinti di essere stati principi, generali, poeti, navigatori? Mai una volta che uno ammetta di essere stato uno spazzacamino bulgaro di fine ‘600, una bella lavandaia greca o una prostituta romana del Basso Impero. Ah, questi misteri orientali! Forse sarà il desiderio di immaginarsi una vita migliore, se non nel futuro, almeno in un ipoteticissimo passato. Devo ammettere che io non riesco a spogliarmi della mia identità, bella o brutta che sia. Non è una scelta di campo, la mia. Ma spero, sento che qualcosa di me non può morire. Qualcosa che è mio e di nessun altro. Non so definirlo, delimitarlo. Ma mi riferisco a qualcosa che costituisce la base più profonda della mia coscienza di essere umano. E, forse, ciò a cui non posso rinunciare, e senza del quale mi sentirei strappata via dalla consistenza stessa del mio essere, è proprio il legame molto concreto che mi fa essere una cosa sola con le persone che amo. Probabilmente è questa la risurrezione della carne: la possibilità di un abbraccio, di un "per sempre" dell’amore, l’opportunità della definitività di tutto quello che ha contrassegnato in modo autentico e positivo il nostro passaggio qui, sulla terra. Forse è quel "lieto fine" che desideriamo con una struggente tenerezza, quel bisogno di definitiva presenza dell’amato che la vita non ci permette di trattenere così strettamente come il nostro cuore vorrebbe. Anche il Papa ammette che "il modo in cui ciò avverrà supera le possibilità della nostra immaginazione e del nostro intelletto". Più che le parole, mi vengono in soccorso le immagini, quelle di Michelangelo che, nel "Giudizio universale" della Cappella Sistina, rappresenta l’abbraccio, dopo la vita, tra le persone che hanno condiviso un comune cammino di sofferenze e di amore. In quella rappresentazione ritrovo il nostro bisogno di rendere eterni gli affetti, in quel punto di chiarezza estrema che coincide col punto dove noi vorremmo addormentarci per sempre dentro le braccia di chi abbiamo amato. Che cosa altro desidera l’uomo se non questa definitività di memorie, di pensieri, di affetti? Certo, sembra più logico l’"abisso orrido, immenso, ov’ei precipitando il tutto oblia", come diceva Leopardi. Più logico, ma più disperante. E non varrebbe a rendere ragione di quell’episodio citato dai giornali qualche tempo fa. Un bambino della periferia di Milano, ogni mattina prima di andare a scuola, va sulla tomba del padre per portargli le pagine rosa della "Gazzetta" che lui leggeva in vita. Un bambino che vuole continuare ad essere figlio, che lo sarà per sempre. E vince la morte accettandola.
Quella che per molti è una mannaia che scende a separare per sempre chi se ne va da chi resta, si è trasformata in un tendersi di mani, in un abbraccio quotidiano che tutti vorremmo rendere eterno".
PS. Per quanto riguarda Balletti, come chiede "Eccomi". Mauro è una persona deliziosa, un signore che sembra non appartenere ai nostri tempi. Che è molto schivo, ed ama talmente Mina che non riesce quasi mai a parlarne. Io sono diverso da lui. Per me l'amore si traduce spesso in parola. Come quando sei innamorato e hai il cuore gonfio e vorresti sempre parlare di chi ami. Mauro è uno che tiene le cose più vere dentro di sé. Posso dirlo: lui ci legge spessissimo. E io continuo a dirgli: Scrivi anche tu, sarebbe bello che anche i bachecari potessero essere partecipi della tua umanità di artista e di amante. Mi promette sempre, ma poi non mantiene. Io insisterò e gli vorrò bene lo stesso.
Nostra nota: "Eccomi" era un finto nick della Bacheca dietro il quale si nascondeva una persona che sappiamo solo noi.
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Elogio a Gianni Ferrio durante i lavori di registrazione di "Veleno"
di Luigi Nava - Ottobre 2002
Ho assistito alle registrazioni degli archi con Ferrio che faceva da gran cerimoniere di questo "Veleno" prelibato. Il brano che avevo in mente, scrivendo un mese fa, era "La seconda da sinistra". Sarà per questo che amo questa canzone, perché per me non è solo un brano da sentire. E' un brano che, se chiudo gli occhi, mi sembra ancora di vedere. Vederlo costruirsi nelle fasi precedenti (registrazioni degli archi) e vederlo generarsi creato da una voce che dà vita alla bellezza. Che partorisce con la naturalezza di una madre che soffre dentro e che sa di svolgere il suo necessario compito.
Ho visto anche la registrazione di "Notturno delle tre" (tranne che nella parte in cui interviene Fossati). Qui ho notato come Ferrio sia un grandissimo musicista. Non ce n'era bisogno. Ma ne ho avuto conferma. Prende in mano le situazione, prende in mano anche Mina, come se lei fosse una scolaretta (lui è uno dei pochi che può farlo). E genera anche lui. In modo diverso da Mina, forse con più coscienza di svolgere un lavoro, una professione. Mina no. Quando lei canta, sembra veramente tutto facile. Non riuscirò ami a capire come in lei possano stare insieme la naturalezza assoluta del canto e nello stesso tempo la scrupolosità rigorosa del lavoro. Il risultato è il mistero, la magia. Ma io preferisco dire la Bellezza che (come diceva Tommaso d'Aquino) è lo splendore del Vero.
di Luigi Nava
Messaggio apparso nella ex Bacheca del sito ufficiale di Mina in data: 21-09 - 2002 - 00:18 (messaggio numero 107738)
Sì, ho assistito. E che dire di lei? Che fa sempre il suo lavoro (termine un po' riduttivo, ma reale) con la massima scrupolosità e la stessa dose di non-chalance. Si siede in disparte, apparentemente distratta quando il lavoro in sala si concentra sugli aspetti tecnici, aguzza l'orecchio mentre provano o incidono gli strumentisti, si siede sulla sua solita seggiola, quando deve incidere. Prende i fogli dei testi e tutta l'aria intorno a lei sembra essere più limpida. Si crea un momento prolungato di commozione. Le casse rimandano la sua voce al volume ideale. Sembra che tutto avvenga in un clima di assoluta normalità, mentre invece si realizzano sempre dei piccoli grandi miracoli. Come faccia a cantare così, seduta, senza apparente impegno, per me rimane e rimarrà sempre un mistero. Un mistero di cui non riesco a trovare la chiave di lettura. Vorrei inserirmi in quel sussurro o in quel grido di voce per sezionarlo, per capirlo, per scoprire che cosa lo renda così magico. Vorrei, ma so che anche se lo facessi, non ne caverei un ragno dal buco. Rimane mistero. Lei canta. Dall'altra parte del vetro ci coso i musicisti. Magari canta solo per prova, mentre gli strumentisti registrano, in modo di aiutarli con il supporto della voce. E' una prova, ma a me sembra che tutto sia già perfetto. Finisce il brano e dice di essere stata un po' distratta. Io mi chiedo: "Ma come, distratta?!? Era tutto bellissimo". Forse capirò poco di musica. E allora mi fido del suo dirsi distratta.
Poi, dopo la registrazione degli strumenti, sempre da lei seguita col massimo della partecipazione, con dovizia di consigli, sempre fatti con garbo e professionalità, finalmente si arriva alla registrazione definitiva. La sua. Cala il silenzio. Si spegne anche l'aria condizionata, per evitare ogni rumore non necessario. Domina lo scuro della sala. Ma tutto è già luce, non appena partono le prime note. Durante il brano la guardo, ma cerco di togliere subito lo sguardo, perché, pur stando dietro, ho il timore di disturbare quello che lei sta creando, con la sua voce, con la sua testa, con il cuore. Sono quattro minuti di trance. Poi tutto finisce. Carmine si volta, ci guardiamo e senza alcuna parola, abbiamo lo sguardo di chi dice: "Però, che roba enorme!". Se uno fosse lì, per caso, sarebbe come ridestato verso qualcosa di grande, che si genera come per magia e nello stesso tempo, come per necessità. Deve essere così il brano. Non può essere diversamente. L'impressione che ho sempre è che il pezzo c'è già tutto prima, dentro di lei. In quei quattro minuti, lei deve solo far uscire un fatto che è già totalmente presente in lei. Come in un parto naturale. Accade il piccolo miracolo. E Carmine mi dice, senza farsi sentire: "Spesso devo pensare che per me è solo un lavoro, perché se mi fermassi ad ascoltare senza il problema della consolle di registrazione, mi verrebbe da svenire". Lo capisco. E anche lui capisce che sto capendo bene quel che dice.
Lo capisce guardandomi negli occhi e vedendo che sono umidi. Di più: inondati. Mi spiace. Mi sforzo di rivestirmi di atarassia. Ma non riesco a trattenermi. Non ce la faccio.
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Ossimorica
di Luigi Nava - Ottobre 2002
La parola "veleno" c'è solo nella canzone della Giulia Fasolino. Ma non è questa l'origine del titolo. Come spesso accade, anche in questo caso la scelta del titolo avviene successivamente alla realizzazione della copertina. La copertina le dava l'idea di qualcosa di tranquillo. Le comunicava un sentimento di pace, di serenità. Questo a suo dire (a me comunica tutt'altro, ma questo è un altro discorso). Per questo Mina voleva un titolo che esprimesse un contrasto netto con il sentimento pacificante che le dava la sua immagine in copertina. Inizialmente pensava a qualcosa come "tempesta, nubifragio, tormenta, acquazzone, ecc.", e cioè un termine atmosferico che indicasse una situazione di scombussolmaneto meteorologico. Ma nessuno dei termini sinonimi di "tempesta" la convinceva. Allora, è andata, per un'intuizione tutta sua, su "veleno", sempre nella logica del contrasto con l'immagine tranquilla e, suo dire, anche un po' angelica, della copertina. Per questo già da tempo avevo parlato di copertina "ossimorica" rispetto al titolo. Se poi il contrasto o l'opposizione ci sia per tutti, è altra questione. Se Mina si vede in quella foto in una modalità espressiva angelica, rilassante e pacificante, accetto che questa sia la sua percezione. E non sarò certo io a fare una battaglia su tutta questa questione.
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Mina e Zucchero
di Luigi Nava - Ottobre 2002
L'andamento ritmico e armonico di "Funky gallo" ben si adattava alla musica di "Grigio". Mina ama queste "contaminazioni". A volte mette in una canzone una citazione più o meno esplicita di un altro brano famoso non suo. C'è poi un'altra ragione. La stima per Zucchero. Mi ricordo che nell'estate del 1987, quando ancora amava andare in vacanza in montagna, si era portata con sé la cassetta di "Rispetto". E sentendola mi diceva che Zucchero era uno "forte". L'averlo citato in "Grigio" è come una sorta di omaggio. Come ha fatto anche, nello stesso brano, anche per Modugno (a cui poi ha dedicato un intero album) e per Dante che, su un altro livello, rientra nei suoi miti assoluti. Le basi della collaborazione attuale non partono cinque anni fa. Le ragioni della citazione di allora dipendono, come ho detto, solo dall'andamento del brano e da una stima di Mina per Zucchero.
E' stato solo in quest'ultimo anno che c'è stato un contatto tra Mina e Zucchero. Da parte di Massimiliano Pani sono state indirizzate richieste a molti tra i grandi protagonisti della musica italiana, al fine di mandare a Lugano alcuni brani che potessero poi essere interpretati da Mina. Da parte di Zucchero e di Vergnaghi è arrivato "Succhiando l'uva" che ha riscosso subito l'approvazione di Mina per il suo carattere facile e immediato, al punto da volere quel brano come singolo e come "apripista" per il prossimo album.
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Trenodia
di Luigi Nava - Agosto 2002
"Trenodia"
uscì come lato A del primo 45 giri della PDU, nel dicembre 1967. Sul lato B c’era "I discorsi". Il brano è il famoso "Concerto di Aranjuez" scritto da Joaquin Rodrigo (1901-1999), col testo italiano di Giorgio Calabrese. "Trenodia" è uno dei pochissimi brani di Mina uscito su 45 giri e mai incluso in una raccolta (LP o CD). In effetti anche il 45 giri non rimase per molto tempo sul mercato, perché c’erano problemi di diritti d’autore (non so dirti altro). Particolare importante: il brano è stupendo, tristissimo ed intenso. E Mina si trova perfettamente a suo agio in un brano spagnolo dalle tonalità cupe.* * *
Mina non sapeva scegliere?
di Luigi Nava - Agosto 2002
Il fatto che Mina, soprattutto all'inizio della sua carriera, non sapesse scegliere i brani e che avesse poco gusto musicale, è uno di quei postulati tipici della mitologia minoica. Ne parla spesso Paolo Limiti, che da questo presupposto ci racconta aneddoti vari che portano tutti alla stessa conclusione: Mina non sapeva scegliere.
Io non so che dire. Quell'epoca è tutta avvolta nelle nebbie della mitologia ed è difficile districare verità e mito. Butto lì, passando ad altra considerazione: sarà anche per questa aura di passato lontano e nebuloso che nella classifica non troviamo i brani di quel periodo?
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Mina amante del cinema
di Luigi Nava - 18 Agosto 2002
Se ci fosse qui Franco Lo Vecchio, direbbe che questo è un messaggio "antologico". Che bello leggere racconti di vita così. E' come sentire il proprio animo che batte insieme alla vita di un'altra persona. E per stare su un terreno cinematografico, direi proprio che Audrey Hepburn, William Holden, Gloria Swanson sono tre nomi che campeggiano nel cielo delle stelle amate da Mina. Credo di poter capire che avete gli stessi gusti, in fatto di cinema e di epoche predilette. Lo dice spesso Mina. L'ha anche scritto:
"Come forse sai, sono un’accanita amante del cinema. Certo, non sono un’assidua frequentatrice di sale cinematografiche. Non ho ancora visto "Titanic" o "La vita è bella", non so neanche, e neppure brucio dalla voglia di saperlo, a che numero siano arrivati gli infiniti e dimenticabili "Alien", "Terminator" o "Sister Act". Come cultrice del cinema moderno non sono un granché. La mia peculiarità consiste nel fatto che a breve mi ricovereranno e qualche neurologo di fama mondiale vorrà, forse, studiare per quale strana causa i miei recettori riescano a essere colpiti solo da pellicole in bianco e nero. Il grande cinema mi sembra essersi fermato a quegli anni in cui la decima musa ha saputo dare il meglio di sé, attraverso grandi sceneggiature, registi mostruosamente bravi e interpreti superbi. E anche se i giovani di oggi non sanno neppure chi siano René Clair, Fritz Lang, Orson Welles, Alfred Hitchcock o Joan Crawford, quello rimane il periodo che tutti dovrebbero studiare a memoria, fotogramma dopo fotogramma, per poter capire che cosa sia il cinema" .
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Se telefonando
di Luigi Nava - 2002
Troppi filmetti nostrani hanno reso i mitici anni ‘60 più mitici di quanto non lo siano stati in realtà. Ma prendiamo per vera la mitologia. E caliamoci per un attimo nell’estate del 1966. C’era nell’aria una voglia di sano divertimento. I ragazzi italiani cercavano di mettere da parte il loro modo di essere provinciali e un po’ caserecci. E la voglia di Inghilterra e di America era sempre più forte. L’Inghilterra aveva appena vinto i mondiali di calcio e da oltreoceano arrivano i primi timidi bagliori di un ‘68 ormai imminente. Bob Dylan e Joan Baez cominciavano a farci capire che la canzone era anche un modo per lottare. Ma molti di noi erano forse più legati all’idea che la musica dovesse fermarsi prima della soglia della politica. E per questo ci piacevano di più i Beatles, che proprio all’inizio dell’estate del 1966, erano primi in classifica con "Michelle" (ma quell’anno piazzarono nella hit-parade italiana altri sei brani, e cioè "We can work it out", "Girl", "Day tripper", "Yellow submarine", "Paperback writer" e la mai troppo celebrata "Yesterday"). La scuola stava finendo. E la sera del 28 maggio 1966 mia madre aveva preparato una cena diversa. Capii dopo che era l’anniversario di matrimonio. Cena diversa, ma comunque sobria e rapida. Tutto doveva terminare per le 9, per poter essere tranquilli di fronte al televisore, per la prima prima puntata della nuova serie di "Studio Uno". Dopo i fulgori delle 12 puntate dell’anno prima, in quel 1966 Mina partecipava a solo quattro puntate. Dovevamo accontentarci, ma l’attesa era tanta. Fu quella la sera in cui venne lanciata per la prima volta in tv "Se telefonando". Eccola, con un abito bianco lungo che evidenziava il suo fisico in modo eccezionale. Magrissima e cotonatissima. Una statua di donna. Con quelle braccia lunghissime penzolanti un po’ distanti dal corpo. Partono le note con un accompagnamento strano, con un attacco quasi poetico: "Lo stupore della notte spalancata sul mar ..." Mina viene inquadrata dal basso e lei, con lo sguardo tra il materno e il sensuale, ci guarda. E prende quasi la rincorsa. "Poi, nel buio all’improvviso ... è cresciuto troppo in fretta questo nostro amor ..." Lì comincio a capire che il pezzo sta veramente iniziando. Una prima frase con la sua voce che cristallina così non l’avevo mai sentita. Poi un salto di tonalità ed una seconda frase. E ancora lo stesso azzeccatissimo strategemma per andare ad una terza frase. Qui immagino che tutto termini. E invece no. Un ulteriore innalzamento di tono per arrivare alla quarta frase: "Ma non so spiegarti che il nostro amore appena nato è già fini-i-to". Un brivido. Ma è solo il tempo per riprendersi perché lei ricomincia con questa scala ascendente che è quanto di più ardito avessi mai sentito da lei. Neanche "Brava" era riuscita ad emozionarmi di più. Poi, alla fine, su quel coretto "dan-dan-dan-dan-da-da ..." lei sorride, quasi stupita del pezzo, e sembra fare come l’aereoplanino di Montella, con le braccia sempre più lunghe. Il brano esce su disco. Ma la concorrenza è durissima. C’è "Michelle". Ma poi arrivano i gruppi beat italiani: i Giganti con "Tema" e i Rokes con "Che colpa abbiamo noi". Che sorpassano "Se telefonando" in classifica. Forse in Italia sta prevalendo la voglia di rompere gli schemi. Ma in quesi mesi estivi impazza su tutte le spiagge "Il geghegé" della Pavone e "Perdono" della Caselli. Gli italiani vogliono il ritmo, il beat. E "Se telefonando " non va oltre il settimo posto. Anche se resta in classifica per 20 settimane, fino ad autunno inoltrato. Più tardi ho saputo che l’aveva scritta Ennio Morricone e che le parole erano di Maurizio Costanzo. Più tardi capii che si trattava di un pezzo anomalo per quell’estate italiana del 1966, così divisa tra la voglia di ballare e le canzoni di protesta. Più tardi seppi da Mina che Morricone le confessò di aver trovato l’ispirazione per la melodia qualche mese prima, mentre si trovava a Parigi. Ennio stava camminando per strada, quando sentì passare una macchina della polizia con le sirene spiegate. Quel suono lo colpì e lo rielaborò immediatamente nella melodia del ritornello (per iscritto non si può spiegare; bisognerebbe cantarlo). Più tardi, quando gruppi come i Delta Vu hanno ripreso quel brano o quando Barbara Palombelli ha scelto di intitolare "Se telefonando" la sua trasmissione quotidiana su Radiodue, capii che quel brano aveva travalicato i confini del tempo. Ancora oggi, tutte le volte che viene a trovarmi Francesco (un ragazzo che considero come un figlio, un fratello, un amico, e che dopo tortuose vicende umane e scolastiche, a ottobre si laurea in scienze politiche), senza dire nulla, prende il disco con "Se telefonando" e lo piazza a tutto volume. E’ la sua preferita. Forse anche la mia.
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"Finalmente ho conosciuto il conte Dracula"
di Luigi Nava - Aprile 2002
Le cose andarono così. Sera afosa dell'estate 1985. In una città non considerata "sacra" dalla classificazione di Franco Lo Vecchio. La tv trasmette quei vecchi film di serie B tipici delle tarde sere d'estate. Non mi ricordo il titolo, ma mi pare di ricordare che fosse in bianco e nero (qualcuno, quando se ne parlò, individuò il titolo). Ad un certo punto una battuta del film: "Finalmente ho conosciuto il conte Dracula". Mina, che sembra sempre fare tutt'altro anche quando ha la tv accesa, capta la frase. Prende la sua agenda (che è un forziere pieno di appunti di ogni genere) e scrive quella frase. Dicendo che sarebbe stata una bella frase per un titolo di disco. Aveva già deciso. Come al solito, in una frazione di secondo.
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Come sono nati alcuni titoli di album
di Luigi Nava - Aprile 2002
Da quando la conosco:
"Italiana"
"Catene" si rifà al titolo di un vecchio film con Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson. La foto richiama le pose di quel cinema dei primissimi anni '50.
"Rane supreme": l'ho già raccontato. I giornali scrissero che Mina, in un raptus di altezzosità, bollava come "rane", anche se supreme, brave, tecnicamente ineccepibili, le nuove cantanti italiane che cominciavano a farle ombra (?). Filosofemi degni della solita stampa che straparla rovistando nei meandri del pensiero di una donna che non parlava coi giornalisti da anni. In realtà andò così. Si era a Lugano, in sala d'incisione. Tra una canzone e l'altra, tra un missaggio e l'altro mi aggiravo per gli studi alla ricerca di qualcosa da leggere (la bibliofagia è la mia malattia). Trovo riviste specializzate sulle strumentazioni di registrazioni. In inglese. C'era una pagina di pubblicità di un apparecchio tecnico, la cui casa di produzione si chiama Rane. "Rane" era scritto in alto, poi in mezzo l'oggetto e più in basso "Supreme!" Rein suprim! Leggo e dico a Mina: Guarda che strano! Se lo leggi come è scritto diventa "rane supreme". Lei si incuriosì della cosa. Divenne il titolo. Per puro caso. Per l'album del 1990 Mina cercava il nome di un personaggio poco conosciuto della Divina Commedia. Ma tutti i nomi che trovò le parvero troppo da "fighetta". Davano l'impressione di una saccenteria impropria.
"Caterpillar" è in evidente riferimento al disegno.
"Sorelle Lumière" è un gioco un po' checcoso in occasione del centenario (dell'anno prima) dell'invenzione del cinema. Mi pare che fosse il 1891.
"Leggera" fa riferimento all'amore di Mina per l'atletica leggera e al tono "leggero" dell'album.
Questi sono i dischi di cui so qualcosa per certo. Altri hanno significati evidenti. Di altri non so.
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