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Mina

by

Luigi Nava

Antologia di messaggi alla rinfusa "rilegati" da Franco Lo Vecchio

Data di pubblicazione in questo sito 25 novembre 2007

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"Ma non scorderò le tue mani (stavolta sul serio)"

Prof. Luigi Nava

Messaggio apparso nella ex Bacheca del sito ufficiale di Mina

data: 31-10 23:09 (28704)




Mi attacco qui, per ringraziare Franco (Lo Vecchio), con un „grazie"
simile a quello che lui disse a Mina il 12 settembre 2001. E così ci siamo capiti, senza troppe parole.
E mi attacco qui perché mi ha ricordato di avere un debito con Mario B.(Basile) e con tutti coloro che, venendo qui, cercano anche qualcosa che permetta di entrare maggiormente dentro la persona di Mina come donna.
Mi ricordo quando vidi, pochi anni fa, per la prima volta un filmato con Mina che cantava „Un'ombra"
alla TV spagnola. Già ne ho parlato dicendo che quella Mina era come la dea Visnù. Non due mani, ma dieci, venti, trenta mani che sbucavano da tutte le parti, da dietro la schiena, dal fianco, dall'alto. Un capolavoro di contorsionismo che (penso) alla tv italiana non faceva, forse per pudore o che le veniva meglio in Spagna, che lei ha sempre definito una terra molto "baraccona".
Quelle sono le mani dell'immaginario collettivo. Le mani che uniscono il pollice con il dito medio e ribadiscono le note, mentre lei accenna ad un birignao. Oppure le mani che si vedono sul retro di „Mina quasi Jannacci"
, con quell'anello sul pollice che è diventato un altro suo marchio di fabbrica.
Le mani di Mina sono un legame. Mi viene in mente un brano di Sartre che, da perfetto esponente del nichilismo contemporaneo, parla delle mani non come possibilità di stringere, e quindi di rapporto, ma come modo per respingere la realtà lontana da sé.
Per Mina è tutto il contrario. Le sue mani sono rapporto, contatto, legame.
Le guardi e ti sembrano grandi. Tutto in lei ha dimensioni fuori dalla norma. Il seno, gli occhi, le gambe. E anche le mani. Bianchissime, con una leggera tendenza all'azzurrino. E quando il sole estivo le raggiunge, nonostante tutti i suoi tentativi di difesa, si riempiono di piccoli puntini rossi, quasi invisibili, come un inizio di un.abbronzatura che non giungerà mai a compimento. Le nocche sono come incassate dentro quel biancore azzurrino. Non per l'adipe. Ma per un misterioso fenomeno per cui le nocche sono come in direzione inversa. Ci sono, ma guardano all'interno, non all'esterno.
Ma questo è il livello fisico. Che vale per quel che vale. C'è, in realtà, di più.
Le noto, quelle mani, disegnare la sua vita e i suoi rapporti. Soprattutto quando, in silenzio, sfiora la testa di Quaini
, oppure, nel bel mezzo di una cena, intreccia le sue dita con un movimento sinuoso tra quelle di Eugenio. Sono quei piccoli gesti di tenerezza che sa ancora avere dopo tantissimi anni. Gesti di un amore discreto, non ostentato, ma reale. Tutte le volte che un mio caro amico ha avuto modo di stare con Mina (per i più attenti lettori dirò che è quello del messaggio di ieri pomeriggio, sul pomeriggio), mi ha sempre detto che c'è da imparare sul serio ad essere capaci di amare così. E la forma concreta con cui questo amore raggiunge coloro che assistono è proprio il modo attento di guardarsi, di parlarsi, l'antenna di tutto se stessi tesa verso l'altro. E soprattutto le mani che parlano, che dicono un amore silenzioso e sincero.
Le sue mani. Quelle che Mogol dipinse con versi che sono così realistici:


"Grandi braccia grandi mani avrò per te,
stretto al mio seno freddo non avrai,
no tu non tremerai,
non tremerai".



Mani, braccia e seno. Un tutt'uno che, indefinitiva, dice tutta la maternità di Mina. Sì, innanzitutto l'amore per il suo uomo. Ma mani, braccia e seno che sono segno di maternità. E' un altro livello di Mina. Non più e non solo la donna amante. Oltre questo, e secondo me la sua vera natura, la donna madre, che usa le mani, le braccia e il seno per stringere, per accogliere.
Quando mi saluta non sempre mi abbraccia. Non lo fa spesso. Se lo fa è perché si tratta di un momento particolare. Un momento di difficoltà, un ringraziamento particolarmente sentito, il termine di una vacanza in cui ci si deve ringraziare per la vicinanza reciproca particolarmente salutare ad entrambi. E allora il seno diventa il luogo dove appoggiarsi, le braccia mi racchiudono e le dita della mano, una sola mano, le sento lunghe e protettive sulla mia spalla.
Ma quelle mani sono materne nell.attenzione che ha ai particolari. Anche questo come segno d.amore. La mano che accarezza una tovaglia e la stende per bene, perché la cena sia fatta al meglio. La mano che misura la consistenza di un frutto, perché tutto ciò che si presenta in tavola sia perfetto. Soprattutto la mano che taglia con cura uno dei suoi dolci mattutini (quelli che lei chiama i „panacci"), con lentezza, per poi deporlo, con l'amore che si intravvede nelle vene azzurre della mano, sul piattino bianco della colazione. La mano attenta a fare tutto per bene, in cucina. Non solo nel mescolare il risotto, ma anche nel toccare il grado di cottura della verdura. Una mano che previene sempre. Maternalmente mi mette il sale se io me ne sono dimenticato e in quel gesto di strofinamento dei polpastrelli rivedo un pallido segno della dea Visnù dell'epoca televisiva.
La mano che dona, che offre, che porge. Questa è la sua mano venata di azzurro che diventa madre. Che apre gli armadi della cucina per scovare i biscotti. Non i biscotti qualsiasi, ma quelli che sa che mi piacciono. E poi me li dà. E' proprio vero quello che lei disse a Rita (Madaro) nell'intervista del '78. Le piace dare, dare, dare.
E anche quando le mani le usa su di sé, è per aprirsi, non per chiudersi. C'è un suo gesto tipico, soprattutto quando è stanca. A braccia larghe si porta le mani sulla parte esterna della fronte e con un movimento lento e ripetuto, dal centro della fronte verso l'esterno, si strofina le lunghe dita. Come a voler risvegliare l'attenzione.
Oppure, quando è davanti al computer, si raccoglie la fronte in una mano, come a voler sostare nel pensare, per scrivere. Poi si riprende, e come una dattilografa un po' impacciata si mette a scrivere.



Forse svanirà la tua immagine,
ma non scorderò le tue mani .



E' vero questo pezzetto di canzone. Perché la mano di Mina è sempre un segno di legame. Mai di distacco. E quella manina che salutava nel finale del video non è un addio, ma un arrivederci. Mina non abbandona mai.

Nota: Messaggio scritto in base ad una sollecitazione di Mario Basile .


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L' "Ave Maria" ovvero "Tutta la "terrestrità" racchiusa in una cucina"

Prof. Luigi Nava

Messaggio apparso nella ex Bacheca del sito ufficiale di Mina

data: 02-11 08:32 (28862)





Sono giorni in cui siamo invitati a ritornare al senso delle cose, al senso ultimo, all'eskaton, attraverso il riferimento ai nostri cari che non ci sono più.
Ne parlavi nel tuo messaggio. Per questo mi hai fatto ritornare in mente quel messaggio sull'Ave Maria
(che avevo scritto stimolato dal fatto che un bachecaro esprimeva perplessità su certi passaggi forzati nell'interpretazione di Mina.
Lo ripropongo, perché ha a che fare con questi giorni.

Mi scuso se metto qui il mio messaggio per Ambrosio. Ma la questione che pone sull' "Ave Maria"
è troppo sotto e non credo che domattina riuscirà a leggere la mia risposta.
Una certa impressione di urlo la noto anch'io. Quell' "Ave Maria"
andrebbe fatta studiare, nota per nota, in qualsiasi scuola di canto, almeno fino al "nobis peccatoribus". Poi è vero che c.è qualcosa che stride un po., forse per un arrangiamento troppo grintoso. Arrangiamento, va ricordato, che non è stato fatto a tavolino, ma improvvisato al momento dagli strumentisiti. E anche questo non è un fatto di tutti i giorni!
Ma il modo di Mina
di cantare la "v" è una cosa superba. Chi è capace di cantare le consonanti lunghe come lei? Una cantante normale avrebbe cantato la "v" come una semplice lettera di passaggio tra la "a" e la "e", poggiando tutto sulle vocali. Mina non è normale. Canta anche le "v".
In ogni caso io ritengo quel brano un capolavoro. Nel modo di cantare più volte la semplice e dolcissima parola "Maria"
c'è un trattato di teologia mariana. Nel "nobis peccatoribus" c'è tutta la carnalità che fa da tema dominante in "Dalla terra". E dopo quello sforzo sul "nunc et in hora mortis", la chiusura è dolcissima e perfetta.
Va qui devo osservare che la prima versione che io ascoltai dell' "Ave Maria"
non è quella che c'è nel disco. In effetti, quando sentii la versione definitiva, ebbi una brutta impressione per quel passaggio che ho già citato. Nella prima versione era tutto perfetto. Poi non ho capito perché Mina abbia preferito quella che è entrata nel disco. Le sue scelte io non le discuto mai.
Ma la forza di questo brano per me rimane unica.
Per tantissimi motivi. Soprattutto perché nel maggio del 1997, Mina
fece a me e a Mauro Balletti un regalo enorme. Aveva una cassetta con la base musicale dell'"Ave Maria" già incisa. Una base simile a quella che è entrata nel disco. Non disse nulla e mise la cassetta nel suo solito preistorico registratore. Per capire l'ambientazione, va detto che eravamo in cucina.
Lei era seduta e senza anticipare nulla, fece partire la cassetta e si mise a cantare tutto il brano. Uno shock totale. Va detto che sia lei che io venivamo da alcuni mesi durissimi. A me era morta improvvisamente la madre il 16 febbraio. Una settimana dopo a Mina
era mancato il carissimo padre Giacomo, dopo lunga malattia. Nella settimana tra i due fatti ci si parlava (o almeno si tentava) al telefono ed era uno strazio unico e indicibile.
Dopo la morte del padre non ci siamo sentiti per tre mesi. A fine maggio mi chiamò al telefono ed aveva una voce ancora segnata dal dolore. La sua tipica voce che ha quando qualcosa le turba il cuore. Sarà strano, ma lei non sa fingere con la voce. E in quei casi, più che una voce è un soffio sussurrato e acuto, che fa star male chi lo sente e capisce che è l'espressione di un dolore.
Quella volta con Mauro
era la prima volta che la rivedevo dopo quei due lutti. E il cantare per noi, dal vivo e seduta in cucina, l' "Ave Maria", era come una sorta di riconciliazione con la vita.
Di quel pomeriggio ricordo tutto. L'emozione e quelle sue parole che non ho più dimenticato, dopo che lei ebbe finito di cantare. Vedendomi che piangevo senza ritegno e che dicevo qualcosa per esprimere tutta la mia commozione, mi disse che noi uomini non siamo fatti per la morte. Siamo fatti per la bellezza e per la perfezione. Ed è per questo che la morte ci fa orrore e ci fa soffrire, perché è il massimo dell'imperfezione.
Quell' "Ave Maria"
(sentita centinaia di volte cantata in modo classico) era per me, in quel momento, una affermazione che la vita esiste, che la bellezza è un fatto reale, che per "noi peccatori" c'è l'ora della morte ma c'è soprattutto la certezza dell' Eterno.
E me lo diceva la laicissima Mina
, con la sua voce, nel momento in cui eravamo entrambi segnati dallo stesso dolore per la morte delle persone più care. Lo diceva senza prediche clericali, ma nella forma più pura della bellezza, cantando il nome più bello che sia apparso sulla faccia della terra.
E' per questo che per me "Ave Maria"
è quell'esperienza lì, di quel pomeriggio di maggio. Risentirla in "Dalla terra" vuol dire tornare a quel pomeriggio, a quelle parole che ci disse. A quel momento in cui vedevo una donna seduta vicino ad un tavolo, con un registratore scalcinato che mandava delle note. E si apriva uno squarcio che, dall'apparenza delle immagini passeggere della nostra provvisorietà, portava in tutt'altra dimensione. Una donna, una voce e uno strumento. Tutta la "terrestrità" racchiusa in una cucina. Ed improvvisamente, senza preavviso, la partenza per l' Eterno. Nel luogo dove suo padre e mia madre erano già giunti.
E allora una forzatura in quel passaggio per te "imbarazzante" è un particolare di poco conto, un neo che non riesce ad offuscare quel momento in cui il Paradiso ce l'avevo lì. Perché Lei me l'aveva descritto, me l'aveva disegnato, con la sua voce.

Nota: Il messaggio era stato sollecitato da più persone.



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"Nuove feste: I BISCOTTI DEL RAGIONIERE"

di MINA

La Stampa 1° novembre 2003

Messaggio apparso nella ex Bacheca del sito ufficiale di Mina

data: 01-11 07:33 (28735)





"Il ragionier Giustini è quasi pronto. Sta preparando dei biscotti uguali uguali a quelli che faceva sua nonna. Quando da piccolo viveva in campagna. E cucinandoli, gli tornano in mente i pomeriggi infiniti, passati a correre nei campi e le sere sull.aia a guardare il colore del cielo che diventava rosso, ma così rosso che persino il viso di quella ragazzina, la Teresina, sembrava infuocato. E lui, muto e un poco in disparte, già sognava come uno grande, come un adulto che sotto sotto sa che i sogni non si avverano. E la precoce rassegnazione gli dipingeva sul volto quel calmo sorriso che, lungo gli anni, è rimasto intatto sul suo viso di ragazzo invecchiato a sua stessa insaputa.
È felice. Le feste gli piacciono tanto. Anche se questa qui non l'ha capita tanto bene. Allovin, Hallowin, Halloween ... come si dice? Non importa. Bisognerà dare ai bambini che suoneranno alla sua porta dei dolcetti, altrimenti dovrà subire uno scherzetto. Questo lo sa.
Il profumo dei biscotti si allarga in tutta la casina. Sono pronti. Sorridendo li dispone su un bel piatto, quello che gli hanno regalato quando è andato in gita aziendale fino a Capri. Si vedono delle conchiglie, il mare, due barchette a vela e, scritto in bianco con una grafia infantile, .ricordo di Capri.. Lui lo trova bellissimo, lo tiene con grande cura e lo tira fuori solo nelle grandi occasioni. Come questa.
Si siede sulla poltrona con il poggiatesta bianco fatto all.uncinetto e aspetta. Aspetta. Ogni tanto sente delle vocine smorzate ridacchiare. Si alza. No, non vengono da lui. Aspetta. Come quando, il giovedì, in campagna non vedeva l.ora che venisse l.omino del gelato che si spingeva fino alla loro casa. Col suo baracchino a forma di piccola nave, con le ruote di bicicletta arrivava sotto un sole che faceva sembrare il gelato un miracolo. .Me ne dia uno da venticinque lire, grazie. Di crema e cioccolato.. E scappava via, a gustarselo in un angolino fresco, tra la stalla e il fienile, piano piano. Che il suo sapore illudesse la sua sete il più a lungo possibile. Quel gusto non l.aveva più sentito. Sapeva che era il sapore della memoria.
Aspetta. Guarda il piatto di biscotti. Il rumore dei bambini, fuori in strada, addirittura si allontana. I bambini non andranno da lui che è troppo all.antica e non sa come si pronunci e cosa voglia dire Halloween. Non pretenderanno i suoi biscotti, non gli faranno scherzi, non sapranno neppure che il ragionier Giustini esiste. D.altra parte lui è abituato e vive con l.espressione stupita e serena che la sensazione di inesistenza gli conferisce.
Farà un pacchettino con dentro i biscottini e lo porterà sul davanzale di Fiamma, un nome pronunciato solo con l.anima, un amore mai svelato.
Per nessuno il ragionier Giustini esiste, ma è capace, in silenzio, di fare regali quasi a rappresentare una festa".





"Il ragionier Giustini è Mina?"

Commento all'editoriale di Mina da parte del Prof. Luigi Nava

Messaggio apparso nella ex Bacheca del sito ufficiale di Mina


data: 01-11 07:54 (28738)




L'articolo l'ho preso dal sito della "Stampa". Con un certo senso di sollievo. Halloween. Mi immagino Mina che riceve da Torino la solita telefonata del giovedì, ore 13. Le propongono l'argomento. Lei può anche dire di no e proporre qualcosa che corrisponde di più ai suoi interessi.
Immagino la telefonata mentre da Torino dicono "Halloween". E immagino la sua faccia che, senza sbuffare, fa capire che "nun gliene pò fregà dde meno". Che cos'ha da spartire Mina
con Halloween? Niente. E allora dice OK, ma intanto le frulla già in testa qualcosa che la porta dall'argomento a qualcosa che ha già in mente.
Prende l'argomento e lo piega a suo piacimento. Evita di fare la paternale sulle feste che non fanno parte della nostra tradizione, che sono un'importazione americana commercializzata. Evita, ma già nel non affrontare l'argomento c'è una dichiarazione che va oltre le parole.
Non dice, ma è come se dicesse. E lo si può capire solo con la ragione del cuore. Quella stessa ragione (e lo dico qui per non occupare troppo spazio) che ha fatto scrivere a Ivan quel bellissimo messaggio (il 28720, di cui lo ringrazio veramente) che dimostra che si può capire, oltre la ragione, con il cuore. Come diceva benissimo anche Vera nel messaggio 28530, quando metteva insieme le opinioni, la mente ed il cuore.
Con Mina
, anche quando scrive, soprattutto articoli come questi, bisogna capire con il cuore, più che con la mente.
Sì, perché uno potrebbe dire: "E' un banale raccontino". No, è un modo per dribblare. E dribblare è già un parlare. E' come se Mina
dicesse: "Chissenefrega di Halloween e di tutte le sue menate modaiole!". E piega, sposta il discorso sul ragionier Giustini, che è un po' il suo alter-ego. L'uomo un po' sfigatello, che non viene cagato da nessuno, che vive di piccoli sentimenti, di piccoli ricordi, di abitudini antiche. E' l'uomo che Mina fa tornar fuori quando vuole manifestare la sua distanza delle usanze inutili di questo mondo, dalle mode. L'aveva tirato fuori da sé, l'ultima volta, quando doveva parlare, quest'estate, della mania del Superenalotto. Per manifestare la sua distanza dalle manie del nostro tempo.
Il ragionier Giustini è la Mina
che vuole restare appartata, è la Mina più intima, che vive sulle corde del cuore. E' la Mina dimenticata, che, come Giustini, forse non esiste o che vuole che il mondo non sappia neppure che esista. E' la Mina minore, l'opposto della tigre, l'opposto della donna graffiante e che si impone con la forza del suo carisma.
Una Mina diversa dal mito. Ma una Mina altrettanto vera. Forse, oggi, più vera di quella che c'è stata in passato.

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"Lifestyle ovvero la pubblicistica su Mina"

Prof. Luigi Nava

Messaggio apparso nella ex Bacheca del sito ufficiale di Mina

data: 02-11 08:42 (28863)





... Anch'io ieri ho avuto tra le mani il supplemento del "Giornale" dal nome "Lifestyle". ...L'articolo è interessante, anche se devo dire che ormai su Mina c'è una pubblicistica un pò preconfezionata. Gli articoli sembrano sempre un pò ripetersi. L'assenza, la presenza, Mina mito, Mina che ha influenzato la vita degli italiani ...
Una Mina
esteriore, un po' legata al passato. E del presente che rimane? Lei che si lava i capelli con l'ammorbidente che si usa per il bucato. Boh ...
Io credo che non si è ancora veramente iniziato a scrivere di Mina
.
Non che non siano già state scritte cose egregie. Non dico questo. Dico che potremo parlare con verità di lei a suo tempo. Quando il suo cammino sarà concluso. Ora è ancora sulla strada e non la si può bloccare in un'istantanea fotografica, mentre il percorso è ancora in corso (scusate l'orrida ripetizione).
Dei grandi si può dire tanto. Di tutto e di più. Ma resta sempre il problema di fondo. Da che punto di vista parlarne? Interpretativo, biografico, sociale, privato?
Credo di avere qualcosa da dire in materia minoica. Se non saprò come passare i giorni della pensione, credo che scriverò anch'io su Mina. Se tra vent'anni e più ci sarà ancora qualcuno che si ricorderà di lei ...

Nota: "Lifestyle" , come supplemento a "Il Giornale" , è il N° 1 dell'ottobre 2003.


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"Un pomeriggio"

Prof. Luigi Nava

Messaggio apparso nella ex Bacheca del sito ufficiale di Mina


data: 30-10 19:34 (28286)




Un'utente. Che termine burocratico! Tu sei molto più che un'utente. Sei una persona reale che collega Mina alle vicende che ti hanno attraversato il cuore. Le fragole con la champagne con il "Magnificat" in sottofondo. "Olio" sentito e consumato su un "E mi manchi", un "Io voflio solo te" e soprattutto "Non passa" .
Nello "Stay with me"
il ritratto perfetto del tuo impossibile LUI. E in "Solo lui" la descrizione di un LUI che ha trovato un'altra lei. Mina è stata ed è la pittrice che dipinge i tuoi stati d'animo. Ma c'è di più e c'è altro. Anch'io ogni tanto mi trovo stranamente malinconico nel pensare che non possiamo possedere le persone. Soprattutto quando la strada intrapresa comincia a definirsi sempre più e meglio. Oggi, di ritorno dal suo lavoro, LUI si è rifugiato nelle braccia protettive della mia casa-eremo-biblioteca-santuario e si è messo a studiare sul serio. Macina i libri in modo intuitivo e intelligente. Ha già impostato un indice della tesi. Lo ridiscute con me. Lo sistemiamo, lo reimpostiamo, mi contesta il mio esagerato schematismo. Poi mi parla del contratto di lavoro che firmerà domani. Poi si concede la pausa thè e si scoglie nei suoi racconti e nel suo modo incredibile di prendermi in giro. Dà una sfogliata a Vanity Fair e si sofferma su altezzose bellezze e pubblicità patinate.
Poi mi parla del Paradiso (dove io non andrò) e delle bellezze di Firenze che ha visto domenica scorsa. E poi Miglio, il federalismo, l'appuntamento con Ornaghi, la sua incapacità di maneggiare un file che vada oltre il semplice testo, le bibliografie che si accumulano. E (stranamente) non parla di calcio se non per dire che è giunta l'ora di andare ad allenarsi. Non possediamo le persone. Vanno oltre le nostre possibilità di abbracciarle in modo definitivo. Quando accadono pomeriggi così, si capisce che è possibile amare senza che questa parola finisca per equivalere col possesso. E' un percorso di purificazione che devi ancora percorrere. Ma ti assicuro che è possibile.
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Nota: Detto messaggio è stato scritto dal Nava in risposta ad un tal Smemonic .

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"Amore disperato" 

di Luigi Nava 02/11/2003

Un arrangiamento un po' minimalista al principio. Poi sugli archi arriva la sua voce. "Non può finire bene" è il graffio dei bassi che a Mina si addicono così tanto, con la voce che si ritrova a questa età.
Un bel testo per un'interpretazione che, contrariamente a quanto hanno scritto alti critici musicali, non è tutta e solo esteriorizzante.
Mina si ritrova perfettamente in tratteggi melodici che le permettono di gridare tutto l'amore che gronda dal testo. Si capisce che cerca di amalgarmarsi al meglio alla voce di Dalla. Quando lei duetta è bravissima anche nell'adattarsi al compagno.
"Amore disperato" mi ha fatto ripensare a "Amore amore" di Cocciante. Con la differenza che qui tutto è giocato sul dramma del "non può finire bene", dell'"amore messo in croce".
Grande Mina, ancora una volta. Mi ha fatto venire i brividi, soprattutto nel controcanto fatto sulle note alte verso il finale.
"Mi ritroverete là". Chissà a quale "là" si riferisce Mina? Altri territori musicali? Un "altrove" indefinito?



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Venerdì 17 ottobre 2003:


Opinioni sulla collaborazione di Mina a „Vanity Fair"

Il Prof. Luigi Nava risponde


Titolo: "Lillo...i giornali "delle donne"

Autrice: Olivia

data: 17-10 01:16 (26251)




C'è un pò di "puzza al naso" nei confronti di questa collaborazione di Mina
a Vanity. Credo che in passato - non il medio evo - le cose fossero differenti assai.
Esisteva Novella
(non Novella 2000!!) che pubblicava racconti brevi, romantici alcuni alcune firme erano pure prestigiose. Se ben ricordo la posta "del cuore" era tenuta da una certa Brunella Gasperini, scomparsa da tanto tempo, uno scricciolo di donna tutta casa figli animali e sentimento, secondo me ingiustamente sottovalutata come penna viva incisiva benchè intrisa del sentimento buonista del tempo. Sapeva commuovere.Grazia fu il primo settimanale femminile "all'americana" con più foto a colori, qualche servizio di attualità o sui regnanti ma anche cronaca politica qualche tentativo di approfondimento. Come a dire le donne non sono del tutto imbecilli. Indimenticabile la rubrica di galateo e bon-ton tenuta da Donna Letizia che più tardi si rivelò essere (scusa in questo momento mi sfugge il nome) la moglie di Montanelli. Piena di buon senso regole ferree per matrimoni regali partecipazioni e fidanzamenti,guanti si guanti no - ma con una finezza ed una sottile ironia veramente irraggiungibili. Oggi quel che chiede il pubblico femminile è diverso emancipato (?) collegato alle immagini di abiti accessori provocazioni illusioni di seduzioni. Nulla di diverso da quanto ci viene propinato ovunque.Ci sono pure le riviste per i maschietti con i muscoli scolpiti gli attrezzi per palestra le tecniche oltre il Kamasutra e gli olii abbronzanti. Se è Mina a portarci dentro uno di questi teatrini ambulanti qualche guizzo di ironia una perlina di saggezza il piacere di un incontro, l'impatto dovremmo considerarlo positivo. Anche e soltanto se una delle "rampantine" di turno imparasse (magari ne dubito) ad accostarsi ad una donna "vera"....magari ci riflette e si toglie dai piedi quelle scarpe orripilanti con venti centimetri di punta o mette in dubbio la propria confidenza con i congiuntivi. Apprezzabile comunque (per noi cosiddetti fans) che una rivista con tante ambizioni ponga come fiore all'occhiello la collaborazione di Mina.
Ciao.


Titolo: "Contenuto e contenitore"

Prof. Luigi Nava

Messaggio apparso nella ex Bacheca del sito ufficiale di Mina


data: 17-10 19:16 (26322)




Io ormai mi comporto così. Compro Vanity
al giovedì, ovviamente assieme ad altri quotidiani. Fa sempre molto serioso l'acquisto di diversi quotidiani. Ma in quel "serioso" posso nascondere e quindi coprire quel pizzico di vergogna che provo nel prendere la rivista. Meno male che non la devo chiedere, perché è lì, a portata di mana, mescolata tra altre riviste rosee e muliebri. La prendo, la metto in mezzo ai giornali. Faccio io il conto e pago. L'edicolante, che mi conosce bene, sa che non lo frego. Pago e vado. L'acquisto è dovuto. Mina consegna via email le sue risposte entro le 13 del lunedì della settimana prima dell'uscita. Lunedì scorso, ad esempio, mi ha inviato le risposte che usciranno giovedì prossimo. Non capisco come mai un settimanale abbia bisogno di 10 giorni per impaginare il tutto. "La Stampa" ha ovviamente tempi diversi e il time-limit è alle 20 del venerdì per uscire al sabato mattina. Dicevo: l'acquisto di Vanity è un atto dovuto, perché devo vedere i titoletti che la redazione della rivista mette a lettere e risposte. E li inserisco nel sito. Poi do una rapida scorsa al giornale, ma non riesco ad andare in ordine. Sfoglio qua e là, mi imbatto in chili di pubblicità, vado oltre, vedo le recensioni dei libri e dei film (compitini che i miei scolaretti di prima superiore potrebbero fare almeno allo stesso livello). Meno male che prima o poi viene un ragazzo che è in tesi e che studia qui a casa mia. Meno male, perché è il mio contenitore privato di raccolta differenziata. Vanity finisce dopo un giorno nelle sue mani, che ovviamente si soffermano sulle pubblicità. Ma lui fa solo da tramite. Prende la rivista, due sfogliate (o lustrate di occhi) e poi la passa alla sua fidanzata, che vuole vedere le tendenze di moda. Col piccolo particolare di non guardare i prezzi indicati (proibitivi!). Non è snobismo il mio. E' che la carta che mi invita a prenderla in mano, le pagine che reclamano un mio sguardo attento, i tomi che mi circondano e che piangono se non li tocco, uno per uno, almeno una volta alla settimana, sono troppi perché io possa perdermi in Vanity. Sarebbe un atto di lesa cultura, se mi perdessi nel gossip voyeuristico della Vanity rivista. Ma ci scrive Mina. E qui è il punto. Ci scrive una persona carissima. E ci scrive senza neanche sapere come è la rivista. O meglio, senza guardarla, senza comprarla. Sa di che si tratta, ma non per esperienza diretta. E quindi il contenitore non intacca il suo pensiero. Mina scrive indipendentemente dal fatto che 70 pagine più in là si parla di sesso orale o 150 pagine oltre ci sono i ritrattini delle teste coronate (verso le quali ha un innato disprezzo). Scrive e basta. Ovvio che le lettere non ispirano riflessioni metafisiche. Ovvio che l'argomento principale è il casino del cuore, gli intrighi d'amore, le bassezze della vita. Ma lei si piega su questo mondo. Lo prende con il suo tatto ironico. Il contenuto (solo quello che sta intorno a pagina 30 della rivista) non si lascia intaccare dal contenitore. E questo basta.

P.S.: Le lettere della settimana prossima cominciano ad essere "vere". Le ho lette. Il che significa che c'è gente vera che scrive.




Titolo: "Mina, no in quel "teatrino ambulante", no"

Autore: Lillo

data: 17-10 11:51 (26279)




Le cosidette "riviste per maschietti" le sfoglio, al massimo, dal barbiere e, come si può facilmente immaginare, sono farciti di banalità scontatissime, luoghi comuni (che, a chi vive una "normale" e "serena" vita privata fanno appena sorridere) e di miracolosi esercizi che ti fanno sparire la pancetta in quattro giorni.
Per non parlare poi delle strabilianti tecniche amatorie per fare impazzire la tua donna a letto (con buona pace dei vicini di casa), di creme e oli abbondanti.
Condivido ciò che scrive Anna(s), la quale fa rilevare che le alternative di qualità non mancano, citando, ad esempio, "D" (la Repubblica delle donne che, quando capita, leggo volentieri), ecc. Non voglio fare alcuna dietrologia circa nuova avventura di Mina, ma andare a sprecare in quel contesto, più sull'hard che sul soft, luogo di "teatrini ambulanti", i suoi "guizzi d'ironia" e le sue "perline di saggezza" lo trovo offensivo della sua intelligenza. Molto meglio, in questo caso, Sophia Loren alle prese con il soffritto. Tra l'altro, proprio quello non mi pare il "luogo" per redimere le "rampantine" di turno con le risposte di Mina
. Meglio, a questo punto, una collaborazione di Mina con Playboy. Se non altro è una rivista "più onesta".
Ciao. Lillo.




Titolo: .."Non capisco la scelta di Mina..."


Autore: Anna(s)

data: 17-10 10:57 (26266)






Le risposte di Mina le ho lette qui e sono carine. Ma la rivista non la compro! Già si vedeva dalla pubblicità che l'idea era quella di fare un "Novella 2000" con lustrini. E da quanto letto dal pezzo riportato da Lillo forse novella 2000 vince il confronto per onestà...almeno chi la compra sa benissimo cosa trovarci!
Francamente le riviste femminili che ci sono in giro sono di ben altro livello: i due settimanali del Corriere e di Repubblica ("Io donna" e "D"), la stessa "Grazia", "Glamour", "Marie Claire" viaggiano a distanza di anni luce.
Non capisco la scelta di Mina
...


Il Nava risponde ad Anna (S):


"Un altro volto di sé"

Prof. Luigi Nava

Messaggio apparso nella ex Bacheca del sito ufficiale di Mina


data: 18-10 10:46 (26376)




Ne ho già parlato, ma sinteticamente dico che le ragioni della scelta di Mina di scrivere per "Vanity Fair" stanno nel fatto che voleva concedersi uno spazio meno impegnativo de "La Stampa"; un'occasione per rispondere a questioni che esulano dall'attualità, con uno stile e con considerazioni meno "seriose" di quelle che sviluppa su "La Stampa". Una sorta di "doppio" di se stessa, della Mina più riflessiva. Magari anche un piccolo luogo di sfogo. Ma anche nelle risposte di Vanity c'è la Mina vera. La si coglie anche nel suo modo di rispondere un po' per celia, un po' per scherzo. C'è sempre lei.

* * *

A seguire il Prof. Luigi Nava risponde al messaggio seguente:

 

"Chissà se ci pensa"

Autore: Lillo

data: 14-10 20:48 (25894)





"Per la voce Mina è entrata di diritto nella storia della musica, e non solo leggera, del secondo Novecento; per il suo coraggio, per le sue scelte antinconformiste e coraggiose nella storia del costume italiano. La sola voce capace di ammaliare buoni e cattivi, cattolici e atei, destra e sinistra, Veltroni e Berlusconi (Bossi non so, ma, forse, con un po' d'impegno, con un gorgheggio in più, con un acuto in più chissà.), Pippo Baudo e Tony Renis.
Voce che ha fatto da spartiacque, che ha definitivamente rotto ogni schema musicale, parole-note-partiture musicali, solidissime barriere e radicatissimi pregiudizi mentali. Musicologi classici di chiara fama si sono inchinati a lei e l'hanno paragonata a Maria Callas
e a Cathy Berberian. Amanti del jazz e della musica americana l.hanno paragonata a Barbra Streisand, Ella Fitzgerald, a Sarah Vaughan. Cultori della musica sacra hanno speso parole d.elogio per "Dalla Terra". Renato Carosone e Sassolino l'hanno ringraziato per aver inciso Napoli. Registi spagnoli inseriscono sue canzoni nei loro film.
Ora ha cominciato a cimentarsi con la musica classica: a suo tempo Severino Gazzelloni l'ha apprezzata quando interpretò la Fuga a due voci in do minore di Bach in tv. Tutti riconoscono in Mina
i propri istinti e i propri sentimenti primordiali. Fin dal suo apparire ha fatto discutere fior di musicologi, giornalisti, scrittori e sociologi italiani: si sono interrogati su lei e intorno a lei (vado a braccio) Giorgio Bocca, Oriana Fallaci, Mario Soldati, Edoardo Sanguineti, Luigi Pestalozza, Beniamino Placido, Luchino Visconti, Alberto Bevilacqua, Michele Serra, Marcello Veneziani. Sogno di Federico Fellini. Non c'è trasmissione in cui non venga citata, evocata, rievocata, quasi supplicata, imitata. Non c'è cantante donna che non debba fare i conti con lei: "la nuova Mina", "l'anti-Mina", "canto come Mina", "Mina è il mio modello", "questa canzone non l'avrebbe potuto cantare Mina", "ho scritto questa canzone pensando a Mina".
Pro o contro, sempre lei, ingombrante e leggera. Mina
ha preceduto Madonna e Ute Lemper. Icona e leggenda vivente, immagine cangiante e sempre spiazzante, un volto da aliena e da mutante, sensuale, metafisica, autoironica, sfacciata, volteggiante sopra le righe e ogni stereotipo; anticipatrice di mode e di scandali, di desideri proibiti. E' stata il sogno proibito di ogni uomo.
E. oggi la nostra fissazione, l'alieno della porta accanto, «l.impossibilità impraticabile» peperò familiare e ossessionante ormai da tanti anni. Luigi Nava
ce la descrive oggi come una persona a cui non piace fare troppe discussioni, che segue l'istinto e l'intuito; lei che per la propria indipendenza ha rifiutato clamorose offerte, che ha rifiutato Sinatra e l'Ed Sullivan Show, Fellini e "Il Padrino" di Coppola, lei che ha tornato al mittente assegni in bianco, lei che si è ritirata dalle scene, lei che è diventata una vera industria per proprio conto. Lei che è oggetto di studio anche come fenomeno di mercato, lei che con due acuti fa aumentare il fatturato fiat, lei che ormai è oggetto di tesi laurea. Lei candida e testarda. Lei, la donna di cui esistono rarissimi esemplari sulla faccia della terra e che si ama dopo la propria moglie (come ebbe a dire Sergio Bernardini). Mi ipnotizzo nel vederla fisicamente vibrare e cantare d.amore nel live 72. Ad un certo punto della sua carriera, stanca, sfatta, per non finire stritolata dalla macchina dello star-system (si dice così?) sparisce. E comincia a diventare la nostra allucinazione collettiva, i nostri sogni di ogni notte. Quante volte l'ho sognata. Fisicamente distante e irraggiungibile, ma che ci tocca: avverto il tocco dei suoi quasi metallici ammalianti vibrati scagliati sul mio corpo, sulla mia anima e sul mio cuore. Presenza ineffabile ma concreta, prima fenomeno di costume e ora, suo malgrado, pura e semplice mitologia: la sua voce la sento in qualsiasi momento rispondermi a domande sempre nuove. Invidio gli uomini che l'hanno avuta e amata. Che sono stati ammaliati e stregati da lei, che hanno respirato con lei, che ne hanno assaporato la sua linfa vitale. Uomini che oggi la ricordano con rimpianto, con ammirazione, con gratitudine, ma anche uomini feriti come da un.amantide religiosa, che si leccano ancora le ferite, che non si sono più ripresi. In ogni caso uomini che hanno avuto il privilegio di aver amato una grande donna. Mina eccentrica e semplice allo stesso tempo: quanti autori sconosciuti, casuali, dilettanti, hobbisti, poeti, macellai, medici, disoccupati, sognatori, potenziali talenti hanno visto "posare" la sua voce su una loro canzone, frutto della propria intimità. Mina è così: quanti modesti provini domestici, suonati alla buona, cantati alla buona con voce un po' stonata, inviati all'indirizzo di Via Generoso 6, 6900 Lugano (CH), avrà ascoltato! Lei, ci dice Luigi Nava, ascolta e sceglie in maniera imprevedibile: qualcosa le fa vibrare una corda, e quella canzone viene cantata e incisa su un disco, con le critiche del Fegiz di turno che depreca lo spreco di cotanto talento! Invidio Massimo Moriconi, Carmine Di, Danilo Rea, Giulia Fasolino e tutti i suoi fidatissimi musicisti che registrano i suoi dischi, che sono i veri eletti, baciati dalla fortuna di sentirla cantare dal vivo. Qualcuno ha pure insinuato che il DVD "Mina in Studio" fosse taroccato, frutto di chissà quali diaboliche .macchinazioni., "ricostruzioni ad hoc", "sovrapposizioni", magari con le canzoni con Mina in trance, eccetera. Non so (e non m'interessa) sapere se Mina canta ogni pezzo una sola volta o dieci volte, ma è grazie al suo senso del tempo, alla sua padronanza del ritmo, alla sua perfetta intonazione che vengono fuori i suoi dischi senza trucco e senza inganno. Che bello vederla entrare nello studio, carismatica, come una fata delle favole con la scia delle stelline che luccicano attorno a lei. Ora, dopo aver scritto per l.ennesima volta di lei, aspetto il suo prossimo disco, le nuove emozioni che proverò quando inserirò il cd nel mio lettore e, come per incanto, dalle casse uscirà la sua voce. Aspetto il grande evento, il suo concerto. Che ci sarà. Ne sono sicuro, lo sento, lo vuole pure lei. Chissà se qualche volta pensa al posto dove farlo, al possibile repertorio, all'abito (nero) da indossare, al trucco, all'orchestra. A come entrerà in scena. Se sarà emozionata. Chissà se ci pensa, magari di straforo. Quel giorno allora, se mai verrà, vivrò una favola".

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"Non mi è per nulla facile parlare"

Prof. Luigi Nava

Messaggio apparso nella ex Bacheca del sito ufficiale di Mina

11/10/2003

 

Non mi è per nulla facile parlare di qualcosa che si radica nel cuore ad un livello tanto profondo, da non essere più nemmeno capace di coglierne tutti gli aspetti in modo lucido e analitico. Come si fa a parlare di un rapporto? Squadernarsi davanti agli occhi di tutti non è impresa da poco. Già è difficile parlare di sé. Figuriamoci se poi si deve parlare di un rapporto che coinvolge due interiorità. Occorrerebbe una sequenza di fatti, la cui narrazione potrebbe dare un’idea certo sommaria, ma mai la precisa scansione di quel filo sottile che può legare due persone. Tutto ‘sto preambolo per dire che non mi sento in grado (almeno in questo momento) di parlare di quanto chiedi. Sarà la stanchezza, sarà forse il desiderio di schermarmi. L’amore, o più semplicemente un’amicizia, è un evento privato. A volte è talmente privato che non risaulta chiaro neppure a coloro che ne partecipano in modo diretto. Mina ha scritto: "L’amore, quello vero, è inutile da rappresentare spesso addirittura allo stesso amato. Dirlo, descriverlo, mostrarlo è sempre inadeguato. Sentirlo è sufficiente, non di più. Condividerlo è impossibile, così come duplicarlo. Averlo dentro, viverlo e morirne è la sua essenza definitiva". Non so che dire. Mi viene da pensare solo che con Mina ciò che conta è il rispetto reciproco. E se c’è questo, inteso come un rapporto intensissimo, che sa però sempre mantenere quella giusta e doverosa distanza, quello stare in punta di piedi di fronte al mistero infinito dell’altro, allora c’è possibilità di rapporto. Credo poi che Mina si sia legata a me perché non l’ho mai guardata come si guarderebbe ad un mito o anche semplicemente ad una cantante. Sa che le voglio bene come persona, come madre. Il nostro rapporto è nato proprio nel momento in cui lei stava ricostruendosi la sua vita, dopo l’abbandono delle luci dei riflettori, delle scene, del baraccone mediatico. E forse in me ha visto un (allora) giovane che era totalmente al di fuori di quel baraccone che lei voleva lasciarsi alle spalle. Forse ha visto una purità di sguardo che non vedeva più in tante persone che facevano ancora parte (allora) del suo giro di frequentazioni. Qualche giorno fa ho parlato dei "cartaroli", di quelli che passavano con lei infinite sere a scannarsi a carte (il poker! un massacro!). Chi è rimasto di quel mondo di tappeti verdi, di carte, di assegni sul tavolo, di portaceneri stracolmi? Forse nessuno. Io non facevo parte di quel mondo. Avevo un’altra origine. Altra appartenenza. Non le parlavo dell’ultimo gossip del bel mondo milanese, dell’ultima chiacchiera ascoltata in via Montenapoleone, dell’ultimo modello di yacht, delle sfilate di moda, dei bijoux o dei gioielli comprati, delle pailletes di cui si abbellisce un mondo finto e inutile di (come dice Mina) "bella gente al Grand’Italia".Magari le parlavo di cose piccole, di una lettura (massacrante ma coinvolgente) in un lavoro di traduzione dal greco, del mio servizio civile nella Biblioteca (ducale) di Casale Monferrato e del mio lavoro di schedatura delle cinquecentine. Le parlavo di mia madre, della sua semplicità da 5° elementare, di mia nonna che risolveva la Settimana enigmistica e delle follie di mio zio (suo amico carissimo). Andavo a vedere un film con Benedetta ancora adolescente e poi raccontavo a Mina come ci eravamo emozionati durante la visione. Cose di vita semplice, quotidiana, in cui era irrilevante il fatto che lei fosse il mito vivente della canzone italiana. Così ci siamo rilevati l’uno all’altra. Avrò fatto colpo su di lei anche per il fatto che poteva chiamarmi a qualsiasi ora per chiedermi il significato di parole astrusissime che lei incontrava mentre stava leggendo un libro. Mi ricordo ancora la prima volta che mi chiese il significato di una parola. Era "prosenetismo". Per sua (e un po’ anche mia) fortuna lo sapevo. E la scioccai. Ma Mina avrà incontrato certamente persone più colte, educate, eleganti, a modo, di me.Perché io le sono rimasto nel cuore non so. E non è questione di complementarietà tra la sua istintività geniale e la mia razionalità (che in realtà è solo una sovrastruttura; sono molto ma molto più sentimentale di quanto tendo a far vedere di me). Non è questione di opposti che si attraggono.
Ci lega il rispetto reciproco, il guardarci per ciò che siamo. Ci lega molto, tra l’altro, la pigrizia, o meglio, quello che lei ha chiamato (in un suo articolo) il piacere di annoiarsi, e che nella vita vera lei chiama "vecchiettare".
Stare su un divano a parlare di cose assolutamente inutili, come la differenza tra ortodossi e protestanti, il rapporto tra Wagner e Mahler, la differenza tra il salame di Cremona e quello industriale, il suo Po e le colline della mia Brianza, le scoperte scolastiche dei miei nipoti, le etimologie delle parole (un argomento che lei adora e in cui io mi produco in show di grande effetto intellettuale), le borse sgargianti e un po’ pacchiane della mia Preside, le grandi attrici americane degli anni ‘40 e gli strafalcioni di Totti. Il tutto mentre scorrono immagini di tv, o passa Satie nel mangianastri, o mentre lei continua a far andare i ferri della maglia. Così è la vita (se vi pare). Un rapporto non si può spiegare. E quindi dimentica tutto quello che ho scritto. Se alla stessa domanda dovessi rispondere tra dieci giorni, forse scriverei tutt’altro.



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