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INA
by
Luigi Nava
Antologia di messaggi alla rinfusa "rilegati" da Franco Lo Vecchio
Data di pubblicazione in questo sito 01 dicembre 2007
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"Io mi reco"
ed altre espressioni ed abitudini di Minadi Luigi Nava
Messaggio apparso nella ex Bacheca del sito ufficiale di Mina in data: settembre 2003
In tutte le biografie minose si parla di mirabolanti partite a scopone scientifico protratte fino alle ore più assurde della notte (o del mattino). Cose (forse) d'altri tempi. Le serate minose (per lo meno quelle dei periodi di vacanza) sono assai tranquille, forse un po' borghesi. Televisione principalmente, con la disperata ricerca di qualcosa di bello o di qualcosa di orrido (lei, si sa, non ama le mezze misure).
A volte le scappa anche un mezzo pisolino con la testa un po' reclinata sul divano (anche perché in questi ultimi anni si alza assai presto in the morning e alla sera paga la levataccia). Ad un certo punto, magari, quando la televisione langue, se ne esce con il suo solito "Io mi reco", che, nel suo amore alla supersintesi, sottindende "mi reco a letto". Potrebbe essere mezzanotte o poco più. Poi, se c'è qualche film di spessore, ma deve essere in bianco e nero, lo vede in camera.
L'argomento telefonico l'abbiamo già affrontato. Magari per due giorni non ci si sente, poi capita che le telefonate in un giorno rasentino il numero di dieci. Nell'ultima settimana d'agosto, in occasione dei mondiali di atletica il telefono era bollente, perché voleva sapere a che ora fossero le batterie dei 200 metri, di chi è il record mondiale del salto in alto, oppure solo per dirmi che per quel saltatore sudafricano aveva aperto il suo registro dei voti e gli aveva dato un bel 9 e mezzo. Se è giovedì o venerdì (giorni di articoli) mi chiama per un dubbio sintattico o per una citazione o un riferimento da inserire nel pezzo. Le telefonate sono rapidissime e per questo sono anche frequenti. Una volta (era durante l'anno scolastico) mi chiamò per chiedermi se mi faceva piacere andare al mare qualche giorno con lei.
Io tergiversavo un po' perché dovevo combinare diversi impegni, anche se ero più per il sì che per il no. Dopo tre minuti dalla telefonata, il telefono squilla di nuovo. E lei, senza annunciarsi, senza far riferimento a nulla, dice solo: "Se vuoi, però". E io dovevo collegare quella frase al discorso della telefonata precedente. La sintesi, l'assenza dei fronzoli e dei preamboli. Questa è Mina.
Oggi pomeriggio una telefonata di cui non ho capito il significato, perché dopo pochissime parole dice che mi avrebbe richiamato dopo. Capita a volte che mentre siamo al telefono le squilla un altro telefono, oppure c'è qualcosa (meglio, qualcuno) in casa che le richiede attenzione e quindi le telefonate si interrompono bruscamente. Mi ha richiamato due ore dopo per sapere se il verbo "assoceranno" che si trova nel sito, nella pagina dove si parla della Panda, è giusto o no (ci vuole la i o non ci vuole?). E poi il discorso è andato su altre cose. Ma qui la camicia di forza è d'obbligo. I bottoni restano ben attaccati.
Una bottiglia d'acqua naturale è sempre lì, presso il divano. Non può farne a meno. Soprattutto la sera. Ma a mezza sera (sempre in periodi vacanzosi), verso le 10-10,30 c'è il rito del "gelatino". Lo si preleva dal freezer, lo si lascia scongelare un po' e poi se lo prepara, spesso con l'ausilio del doppio cono, sopra e sotto. Rigorosamente a un gusto. Quasi d'obbligo la nocciola. Vino a periodi. Non ne va matta. Qualche volta, se la cena lo prevede, se c'è qualche persona che ama il vino, apre delle bottiglie sempre di grande livello (nel senso del livello qualititivo). Ultimamente il Teroldego che ha preso all'enoteca era favoloooosooo!
Ma non può mancara l'"ape" delle 18,30-19. Sempre la sintesi per dire "aperitivo". Generalmente il Kir Royale (vino bianco secco fermo con alchermes). E a volte lì eccede, con un doppio.
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"Don't call me baby"
e la pubblicitàdi Luigi Nava
Messaggio apparso nella ex Bacheca del sito ufficiale di Mina in data: settembre 2003
E' certo che Mina si è dovuta attenere alle indicazioni che le arrivavano da coloro che hanno pensato lo spot pubblicitario. Ha dovuto eseguire. E l'ha fatto al meglio.
Ha anche inciso una ventina di versioni diverse di "Don't call me baby", con diverse intonazioni di voce parlata. E i pubblicitari hanno scelto quella che a loro sembrava più adatta. Il cantato è stato inviato (ovviamente) in una sola versione, quella che si sente nello spot.
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Ci vorrebbero tante Mine per soddisfare tutti noi
.di Luigi Nava
Messaggio apparso nella ex Bacheca del sito ufficiale di Mina in data: luglio 2003
Ci vorrebbero tante Mine per soddisfare tutti noi. Vero. Una Mina per ogni gusto, una Mina per tutte le richieste, i desideri, gli auspici. Forse una Mina in stile juke-box, in cui si lasciava scivolare la monetina e da lì risuonavano le note che più chi ammaliavano. Io credo che questo desiderio sia più che legittimo. Ma aggiungo che l'amore richiede anche una altra capacità, che è quella di capire l'altro, accettando le sue scelte, non a scatola chiusa, ma almeno nel tentativo di comprenderle.
Quando si ama, si vorrebbe che l'oggetto del proprio amore fosse sempre presente, disponibile, a portata di mano. Ma a volte questa persona sfugge, percorre strade che non riusciamo a capire. E allora è proprio l'amore che permette di fare un passo indietro, che nello stesso tempo è un passo inn avanti nel tentativo di darsi le ragioni del modo di essere dell'altro. Uno dei motivi per cui raramente parlo di musica (e in particolare della sua musica) con Mina è che non voglio entrare in un ambito che è suo e solo suo. Mi parrebbe di sporcarlo, quel suo mondo, se cominciassi a dire i miei gusti, le mie voglie. Certo, se capita, si fa. Lei lo sa che ci cose certe canzoni che mi fanno impazzire. E allora, quasi a volermi fare del male, certe volte attacca all'improvviso e a voce spiegata: "Troppo facile dire nooooo, io che spesso ho toccato il fondooooo, di me stessa aggrappata a un sentimentouuuuu", accentuando il birignao. Lo fa apposta, mannaggia, perché lo sa che in quel momento vorrei una lametta per tagliarmi le vene. Ma mi fermo lì. Se dopo quel colpo al cuore (datemi la coramina), continuassi, non contento, e chiedessi: "E allora perché non mi fai anche: Ora ho voglia di credere, di vivere per lui, o morire lasciandolo ad un passo e andarmene in silenzio adesso ... adesso ...?", saprei di esagerare. Mi basta ciò che fa. Piccole grandi gocce di bellezza di cui inonda il mio cammino, tutti i giorni. Ne ho bisogno, ma so che la parsimonia è forma di rispetto. I temporali, le piogge abbondanti sono spesso deleterie e devastanti. La dolce pioggia della sua voce mi soddisfa se è lei che la manda. Come vuole lei, con le scelte che sono sue, coi suoi tempi. Col suo amore, che so che c'è.
Tra le sue cose più care che conservo c'è un fax, relativo all'epoca in cui Mina preferiva ancora il fax all'email.
Dice:
"Luigi amico mio,
facendo ordine nel mio compu ho trovato la tua lettera e l'ho riletta. E' quella relativa al tuo ascolto dei "Sacri" in macchina a Salò.
Desidero dirti che è la cosa più commovente che sia mai stata pensata e scritta sul mio modesto lavoro, quella che più mi premia, quella che più mi piace.
Se al mondo ci fossi soltanto tu a sentire quello che faccio, ti assicuro, sarebbe più che sufficiente per continuare con lo stesso rigore e con la stessa onestà.
Che Dio continui a benedirti for ever, perché fin qui lo ha fatto.
Ti voglio proprio bene.
Tua Mina".
(Mina, perdonami se ho svelato un po' del tuo cuore. Ma tutto ciò che serve a mostrare la donna vera che sei, non può rimanere nascosto. Abbi pietà di me).
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In "Dalla terra" Mina avrebbe potuto prendere i brani e cantarli da "impostata".
Messaggio apparso nella ex Bacheca del sito ufficiale di Mina in data: luglio 2003
In "Dalla terra" Mina avrebbe potuto prendere i brani e cantarli da "impostata". Ma non l'ha fatto, e giustamente, perché questo tentativo sarebbe stato un modo per imitare ciò che già c'è e che viene già fatto ottimamente dai soprani e dai contralti. Negli scorsi anni (dall'ottobre 2000) mi è capitato diverse volte di parlare in conferenze pubbliche su "Dalla terra". Alcuni qui si ricorderanno dell'incontro di Macerata di due anni fa. Per far capire il lavoro che Mina ha fatto, per far intendere la sua sensibilità, il suo concetto di "interpretazione", ho provato a far sentire il Lamento della Madonna cantato da una delle più grandi interpreti monteverdiane, e cioè Cathy Berberian. Oppure la versione che ne ha fatto Carolyn Watkinson. E poi subito dopo la versione di Mina. Le note sono uguali. Non c'è dubbio.
Ma l'effetto del brano è totalmente diverso. Il fatto che Mina non faccia il verso alla lirica, impostando la voce, rende i brani più veri, più diretti. Li sentiamo più nostri, perché lei ce li comunica così come lei è e così come lei li sente. Mina non ha voluto fare il verso a Bocelli o a Pavarotti. Tutte le recensioni, anche quelle dei critici solitamente più velenosi nei suoi confronti, non si sono nemmeno sognati di fare osservazioni critiche sul modo di cantare "non classico" di Mina. Infatti, è ovvio a chi semplicemente si metta ad ascoltare il disco, che Mina ha voluto mettere la propria umanità, sensibilità, intelligenza e poi la sua voce a servizio di queste arie sacre. "Dalla terra" significa anche il voler partire dalla propria umanità per riesprimere un patrimonio antico. Max ha detto che spesso questi brani sono stati eseguiti con un intento un po' archeologico e in modo un po' distaccato. Mina invece si immerge in questi brani, li rispetta fino in fondo e li fa propri, ricantandoli per l'uomo di oggi.
Ho conservato un vecchio messaggio scritto in bacheca da Giovanni Vianini (nel messaggio dice chi è).
"Il sacro è rimasto sacro con qualcosa in più"
di Giovanni Vianini
05-01 21:37 (messaggio numero 4143)
"Vorrei semplicemente fare i complimenti a Mina
il mio sito è www.xfiles.it/cantogregoriano di solito si è restii alle rivisitazione dei testi sacri in chiave moderna, ma qui si tratta di un buon lavoro dove la musica sacra rimane sacra e con qualcosa in più, in più c'è arte e buon gusto musicale, il sacro risulta più enfatizzato e più evocativo, ottima la voce e molto buona l'orchestrazione.
Grazie spero che possa leggere questo mio scritto anche Mina".
Cordialmente
Giovanni Vianini
Organista e direttore del coro SCHOLA GREGORIANA MEDIOLANENSIS
Basilica di S. Marco Milano
Chiesa di S. Maria del Carmine Milano
Tempio civico di S. Sebastiano Milano
E quindi, per concludere, se Mina
Per il brano di Elisa: è lì, che giace in un cassetto della sala d'incisione di Lugano. Pronto per venir fuori, con un testo adeguato in un prossimo album di inediti.
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Cosa pensa Mina della donna
di Luigi Nava
Messaggio apparso nella ex Bacheca del sito ufficiale di Mina in data: luglio 2003
La questione è assai complessa. Per questo mi faccio aiutare da quello che Mina ha scritto, per chiarire il suo pensiero. Anche se, nei nostri dialoghi, che magari vengono sviluppati in modo sconclusionato e occasionale, che la donna sia inferiore all’uomo Mina me l’ha detto. Ascoltato in modo certo, come le cose che percuotono le mie orecchie. Ma il discorso va compreso in un quadro di riferimento più ampio. Chiedo la pazienza di leggere tutto. Mina dice che la donna ha un vantaggio sull’uomo: quello di generare e di essere madre. Spesso ha ricordato la grandezza dell’essere madre. L’uomo invece ha geneticamete in sé la caratteristica dell’aggressività, che le donne non hanno (ovviamente stiamo parlando in modo generale).
Mina dice:
"La donna non subisce le leggi della competizione, della lotta per il potere. La donna possiede la potenza e l’unico potere determinante, che è quello del generare. La donna, questa sconosciuta, bistrattata, rinnegata protagonista della storia, è l’unico motore della creazione. Per questo, forse, Dio è femmina.
Non si può più tornare indietro. Dentro l’utopia di una storia che decide di fermarsi perché ha orrore di se stessa, la clonazione potrebbe essere utilizzata per generare solo femmine. Prendendo pezzetti di vita per costruire persone che sono consapevoli custodi della vita. Oppure, in un colpo di genio di femminile tolleranza, si potrebbe spalancare un’altra ipotesi: concedere l’esistenza al maschio, ma svuotarlo della sua funzione di genitore. E così, completamente inutile al fine della riproduzione e ricondotto ad un’esistenza che dipenda solo da una scelta femminile, il maschio perderebbe l’arroganza.
Non si può più tornare indietro. Certo, non avremmo le piramidi, gli aeroplani, le macchine, la penicillina, la televisione, il telefono, la luce elettrica, il riscaldamento e l’aria condizionata. Ma non avremmo nemmeno Caino, le Twin Towers e tutto quello che sta in mezzo. E, tanto meno, la clonazione.
Non si può più tornare indietro. E allora è venuto il momento di un passaggio del testimone in un’ideale staffetta. Lasciamo gestire il progresso dalle donne. Finché la scienza rimarrà in mano all’uomo, sarà solo un prolungamento della sua volontà di potenza. La clonazione si trasformerà in una catena di montaggio. Lasciamo fare a chi la vita ce l’ha scritta nella radice di ogni gesto. La donna sa, per esperienza di carne, che l’essere umano non è semplicemente un agglomerato di cellule ben congegnato, una somma di DNA, organi, pompe idrauliche e circuiti elettrici".
Altro brano:
"C’era un tempo in cui avrei preferito esser nata uomo. Ora non più. E ringrazio Dio di essere donna. Sì, perché la nostra vera potenza è quella di non dover subire forzatamente quella particolare modificazione fisica, senza la quale saltano tutti gli equilibri, fisici e mentali. Abbiamo il vantaggio che possiamo anche fingere quello che invece l’uomo non può proprio simulare. E non abbiamo il problema di esprimere la potenza, tant’è vero che per noi non esiste neppure il termine, la parola. Quando mai si è sentito dire che una donna è impotente?
Meglio così. Tutta energia risparmiata per vivere con più senso tutte le tempeste fisiche e mentali della vita. E magari per frequentare con più decisione i territori sempre più sconosciuti dell’amore, del rispetto e della dignità".
Mina riconosce il valore sociale della donna come madre:
"Esiste un ruolo sociale della donna, della madre, di colei che, essendo tramite del nostro venire alla vita, tende alla conservazione di ciò che ha, in qualche modo, costruito. Ed è una conservazione tutta intessuta di attimi che, nella gioia e nella fatica del suo procedere al nostro fianco, non fanno altro che aiutarci a chiarire il nostro stesso avanzare, operare, camminare, trascorrere. L’aggressività che noi, le donne, non coltiviamo, i guai del testosterone da cui non siamo scalfite, la tolleranza e il rispetto che sono nel nostro codice genetico, l’amore alla vita che sentiamo come compito da custodire e da portare avanti, sono tutti elementi che ci collocano al centro dell’esistenza. Accettando di disporsi a generare, la donna costituisce il nucleo primo in cui la volontà di dedizione, pur in mezzo a mille problemi, crea il solo, vero tessuto di chiarezze, di ragioni e di valori. È quindi proprio e solo nella famiglia, dove la madre si pone come umile centro, come fondamento affaticato e appagato, che la società può veramente crescere ed allargarsi.
E temo che non sia né utile né indispensabile l’intelligenza, senz’altro superiore, dell’uomo, visto che ne fa un uso spesso sciagurato, non opponendo alcun freno istintivo e culturale alla sua disastrosa, funesta, insopprimibile voglia di misurarsi, contrastarsi, azzuffarsi, combattersi. Voglia di guerra".
Qui, nel finale Mina parla di "intelligenza senz’altro superiore dell’uomo". L’ha scritto.
E poi sul suo antifemminismo, riporto i due articoli per l’8 marzo 2001 e 2002.
"Un silenzio disilluso sta cadendo sull’8 marzo, in questi ultimi anni. O perché le femministe incazzate non hanno più forza o argomenti per attaccare il presunto maschilismo imperante, oppure perché si comincia a ritenere che le donne abbiano raggiunto tutto ciò che c’era da conquistare.
In effetti, qualche mese fa la ministra per le pari opportunità (?!?) Katia Bellillo ci aveva deliziato con un provvedimento che prevedeva che l’assunzione o la progressione di carriera di un maschio a scapito di una donna dovesse essere ampiamente giustificata. Poi si è battuta addirittura per togliere il veto che impediva alle donne di indossare i guantoni e per rendere anche il pugilato uno sport finalmente democratico. E, quasi per darci una prova della raggiunta emancipazione femminile, si è cimentata con la compagna Mussolini in un bel match infarcito di calci negli stinchi e di microfonate. Se questa è l’emancipazione, la rispediamo dritta dritta al mittente con una dicitura enorme stampata sul pacco: "No, grazie".
Ma la retorica femminista sa usare armi più subdole e striscianti. Non val più la pena agitare rametti di prezzemolo e percorrere in corteo, come furie invasate, le strade delle nostre città. Roba d’altri tempi. Basta sottolineare fino alla nausea che il Festival di Sanremo di quest’anno è monopolizzato dalle donne. Conviene di più enfatizzare gli indici d’ascolto stellari di "Miss Italia", oppure esaltare le prodezze di Cristina e di Marina del GF, a scapito del machismo tariconiano che ogni tanto fa cilecca. E magari evidenziare che la crudeltà cinica e bestiale di maneggiare un coltello da cucina, per sventrare gli affetti più cari, può essere prerogativa anche di una ragazza.
La sinistra è diventata afasica, forse perché si è resa conto che, per una strana ma prevedibile eterogenesi dei fini, le rivendicazioni femministe hanno portato le donne ad assumere la mentalità e i comportamenti tipici dell’odiata società borghese, capitalista e maschilista. Esiti nefasti che l’intelligenza di Pasolini aveva già ampiamente profetizzato, quando sosteneva che le conquiste femministe non sarebbero state nient’altro che la conseguenza speculare dell’immaginario del maschio. Pensiamo, ad esempio, al servizio militare.
Il dibattito all’interno del femminismo è ormai ad un vicolo cieco. Divise tra chi esalta ad oltranza lo "specifico femminino" (e quindi la differenza irriducibile tra uomo e donna), e tra chi spinge l’acceleratore per l’affermazione dell’uguaglianza, le donne più "impegnate" su questo tema non sanno più che pesci pigliare. Molte stanno cominciando a rendersi conto che anche l’8 marzo è solo un numero stampato sul calendario, come San Valentino, San Silvestro, la giornata anti-fumo o la festa della mamma.
Non è la ritualità che cambia la vita. E se fra pochi giorni le improvvisate bancarelle che vendono mimosa verranno snobbate, tanto meglio. "No woman, no cry".
E anche questo 8 marzo è passato. Senza troppi sbandieramenti di mimose, senza cortei infiorati per le strade, senza girotondi intorno ad incolpevoli uomini al grido molto chic di "maschio represso, mastùrbati nel cesso".
Ma i politici esultano ugualmente. Per una volta tanto, dimenticate le invettive e i toni da bar, si sono ritrovati quasi tutti d’accordo sotto l’egida del politically correct. Per superare le dilanianti divisioni su rogatorie internazionali, conflitti d’interesse e articoli 18, occorreva proprio scoprire l’acqua calda e mettersi di buzzo buono a modificare la Costituzione. Non bastava attenersi all’ovvietà dell’art. 51 ("Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza"). No, bisognava aggiungere che la Repubblica si impegna ad adottare i provvedimenti necessari per garantire alle donne una effettiva parità di accesso alle cariche elettive.
Tutte le donne, commosse, ringraziano i deputati, in gran parte maschi, che concedono l’elemosina. Che ribadiscono che l’uguaglianza va sancita per legge, inserendola addirittura nella carta costituzionale. Che, poi, per concretizzare la norma, perpetueranno l’orrore delle quote protette. A meno di arrivare alla forzatura estrema, istituendo liste elettorali separate, che garantiscano l’elezione di almeno il 50 % di donne.
Prepariamoci ad altre legittime richieste. I transessuali, che in questa divisione verticale dell’elettorato ritengono di non essere adeguatamente rappresentati, minacciano una nuova marcia su Roma. A loro sostegno si preannuncia anche l’adesione dei pensionati, dei valdesi, dei diabetici, dei netturbini che, ovviamente, vorranno anch’essi la loro quota protetta.
La parità sancita per decreto ha come unico effetto immediato che la coscienza dei parlamentari si è finalmente sgravata. Ma la realtà delle cose, al solito, sta oltre le norme scritte. Molto, ma molto più delle modifiche costituzionali, improntate a un ovvio ugualitarismo e a un inutile buonismo, hanno influenza nefasta i meccanismi mediatici che riproducono gli stereotipi più insulsi. Sanremo docet. Sulla carta l’uguaglianza, ma nella proposta televisiva le solita storia, la solita straripante esplosione di ombelichi svolazzanti e di carnacce al vento, le solite vallette con la grinta di un soprammobile.
E la colpa non è solo della tv. A tutti sta bene che la donna sia teoricamente uguale all’uomo, ma poi preferiamo rinchiuderla nel ruolo predefinito dall’immaginario maschile. Accade così anche con i gay. Si lanciano anatemi su chi ancora li ritiene dei "diversi", ma poi siamo molto più tranquillizzati se li vediamo incipriati, con le ciglia finte e le moine checcose. E conseguentemente ci inquieta sapere che il nostro commercialista o il medico, dall’aspetto pacatamente tranquillo, hanno qualche preferenza maschile.
Siamo messi male, se ancora si deve parlare di pari opportunità. Sarò cocciuta, ma mi chiedo se proprio mai accadrà che la scelta fra uno di destra e uno di sinistra, oppure tra un uomo e una donna, tra un nero e un bianco, tra un omosessuale e un eterosessuale, proprio mai verrà fatta tenendo conto delle specifiche capacità, della preparazione e dell’intelligenza operativa? No, eh? Mi devo rassegnare? Non ce la faccio".
Poi però Mina dice che nell’ambito della "competizione sociale" uomini e donne devono gareggiare ad armi pari, partendo dalle loro competenze e capacità.
Scrive:
"Ma più realisticamente, senza inutili lamenti, senza più ripetere ossessivamente che tutto il mondo va male se non vengono considerate le loro infinite possibilità, le donne, tiratesi su le manichette della camicetta, dimostrino una per una la loro potenza personale sfilandosi da sotto il calcagno dello schiavismo del maschio politico. Eventualmente una contro uno. Testa a testa. Con armi non necessariamente né fisiologicamente pari, ma con pari potenza e dignità".
E per finire, due giudizi trancianti sugli uomini, soprattutto gli sfruttatori di corpi femminili:
"Ci sono le puttane e quelle che fanno la puttana. E spesso le puttane, quelle vere, quelle d’animo, non sono donne.
Strana razza gli uomini. Non sono mai responsabili di niente. Né di mettere incinta una donna né di andare a puttane. Lo scandalo non è mai questione che li riguardi, troppo abituati, come sono, a scaricare tutto lo scempio, il ludibrio, la vergogna, sulle donne. E a mantenersi in una posizione pilatesca, dove il testosterone diventa l’unico responsabile, incolpevole e mai punibile".
Presentazione del CD di Mina "Dalla Terra" al centro culturale di Milano il 5 ottobre 2000
Luglio 2003
Presentazione del CD di Mina "Dalla Terra" al centro culturale di Milano il 5 ottobre 2000. Intervengono: Luigi Nava, Emilio Tadini, Adriana Mascagni, Massimo Lattanzi.
(In ricordo di Emilio Tadini, presidente dell'Accademia di Brera, recentemente scomparso).
Camillo Fornasieri:
"...Dico solo due aspetti che ci hanno portato da subito a voler iniziare con voi l'anno in questo modo: primo il fatto delle scelte di questi canti che vengono tutti dalla tradizione cristiana. Per la nostra identità, ma soprattutto per questo richiamo alla tradizione, che noi crediamo sia un modo inevitabile per poter vivere il presente, in quanto senza coscienza del passato il presente è una pura misura di reattività. In secondo luogo il fatto di questo titolo così straordinario, Dalla Terra, che a me personalmente ha colpito molto perché riecheggia una frase che spesso abbiamo usato di Emmanuel Mounier, che esprime bene il dramma in cui vive la tensione alla verità che non è mai astratta o teorica, anzi quando lo diventa finisce per diventare potere, astrazione che toglie il movimento autentico dell'esperienza umana e della vita.
La leggo brevemente: "È dalla Terra, dalla solidità che deriva necessariamente un parto pieno di gioia, e il sentimento paziente di un'opera che cresce. Occorre soffrire perché la verità non si cristallizzi in dottrina, ma nasca dalla carne". Questo accento che io ho voluto inserire in questa scelta di presentare questo CD, crediamo sia importante anche in questo tempo dove spesso si parla di religiosità, ma prevalentemente senza riconoscere che è dall'esperienza che ogni uomo fa di se stesso e dalla realtà che si mostra con evidenza la presenza di una realtà a cui si tende, un significato esauriente e totale del vivere al quale si vorrebbe dare una devozione e un riconoscimento"
Luigi Nava:
" Buonasera a tutti. Io confesso sinceramente la grande difficoltà che ho a parlare di questo lavoro, di questo disco perché se ne potrebbe parlare in termini di esito, cioè così come lo si ascolta, e se ne potrebbe parlare un po' come hanno fatto i giornali in questi giorni in cui hanno incominciato a esprimere le critiche, le osservazioni dopo un primo ascolto. Secondo me la difficoltà di parlare di questo disco deriva dal fatto che esso non nasce innanzitutto da un progetto musicale, ma nasce da un incontro. È l'incontro di una donna, di una grande cantante con una tradizione che la precede e da cui è stata colpita, da cui è stata profondamente emozionata e quindi in fondo questo è l'esito di una reazione profondissima che lei ha avuto di fronte a questi brani di cui in gran parte non era mai venuta a conoscenza e di cui in parte aveva già presenti. Quindi è una genesi interiore prima di essere fissata sul CD. Questo disco bisogna capirlo dall'interno, cercando di cogliere soprattutto i termini attraverso cui una cantante come Mina è riuscita a entrare con tutta la sua umanità - il titolo è Dalla Terra - in questa tradizione, tentando innanzitutto di rispettarla, cioè di non stravolgerla e di accostarsi con grande umiltà, ma nello stesso tempo entrandoci anche con la sua persona. In un incontro, inevitabilmente, c'è un rapporto e i due termini dell'incontro si modificano l'un l'altro. A me pare che in questo disco questa cosa sia molto evidente proprio perché c'è stata una tradizione che ha un valore assoluto che è stata recepita, è stata accostata in maniera anche molto umile attraverso una richiesta di capirla proprio in modo preciso secondo la sua genesi storica, il suo valore religioso, ma nello stesso tempo c'è anche stata una donna, una cantante che è entrata dentro tutto questo patrimonio con tutta se stessa e penso che poi dai brani che ascolteremo questa partecipazione sarà molto evidente. La genesi è stata per certi aspetti anche un po' fortuita e casuale, sono stati proprio degli ascolti che sono iniziati già due anni fa e che l'hanno colpita e da cui è rimasta profondamente emozionata. Io ricordo che quando ha ascoltato per la prima volta Voi ch'amate lo Criatore, che è un brano tratto dal "Laudario di Cortona", lei si è messa a piangere e questo vuol dire che una persona che ha alle spalle più di quarant'anni di mestiere riesce ancora a rimanere colpita da qualcosa di vero, da qualcosa che proviene da una tradizione lontanissima per certi aspetti: questo è un brano che ha almeno settecento anni, forse anche di più, ma in qualche modo raggiunge il presente, ha raggiunto lei che si è lasciata colpire e l'ha riespresso. Il lavoro è stato anche duro perché c'erano molte titubanze nel non voler cavalcare un certo filone, appunto religioso e generale, non cavalcare magari l'occasione del Giubileo. Ad un certo punto io ho notato che lei ha tranquillamente messo da parte tutte queste preoccupazioni proprio calata totalmente in questo tipo di lavoro. Gli ascolti sono stati veramente tanti e alla fin fine si è concentrata su quei brani che l'hanno veramente emozionata. La scelta è per certi aspetti abbastanza eclettica perché nel disco ci sono brani di mille anni di tradizione per cui si va dal gregoriano antico a dei brani che hanno un secolo e mezzo di vita, non c'è stata la preoccupazione di voler coprire in maniera sistematica tutto il percorso della storia della musica cristiana. C'è stato il voler ridire nel presente qualcosa che in qualche modo aveva colpito lei dal punto di vista non solo della musica, ma anche dal punto di vista dei contenuti. Una cosa che tengo a dire, e che è stata già notata da alcuni critici dei giornali, è il fatto che prevale in questo disco la presenza mariana; secondo me questo è un elemento che ha un valore perché rappresenta la tradizione cristiana che ha visto in Maria un tramite privilegiato del nostro rapporto con il divino, col mistero, perché Maria è donna, perché ha una umanità che condivide con noi. Il fatto che abbia scelto diversi brani con Maria indica la volontà di Mina di immedesimarsi in questa umanità che a volte è una umanità dolente - l'umanità di Maria di fronte a Cristo morto - e a volte è più gioiosa e capace di apertura al senso del mistero. Per il momento mi fermerei qui".
Adriana Mascagni:
"Per me la cosa principale da dire e che mi ha toccato subito, è quanto sia importante che Mina abbia fatto questo CD. È importante perché la musica religiosa oggi non è considerata, è una cenerentola, come tutto ciò che è religioso, perché la concezione del religioso attuale è che il religioso sia una riduzione dell'umano o addirittura che sia contro l'umano anziché quello che è costitutivo dell'umano, anzi addirittura la dinamica stessa di tutto ciò che è umano, che lo apre all'infinito. C'è un altro perché: è importante che abbia scelto proprio brani della tradizione cristiana - e anche questo è impopolare anche nell'ambito del mondo cattolico - da una parte perché c'è una giusta esigenza del nuovo, ma più sottilmente per una non adeguata stima della contemporaneità dell'esperienza passata, dell'esperienza cristiana; invece quello che è passato se è vero è bello, non è vecchio mai. C'è un po' il complesso del vecchio su queste cose: non è vecchio, ma è la base da cui partire nel presente, è il paradigma dinamico di oggi temere che la bellezza e la verità di ieri non sia comprensibile oggi, è non stimare bellezza e verità come presenza eterna capace di raggiungere ogni uomo e ogni sensibilità sia ieri, che oggi, che domani. Perché bellezza e verità sono il significato della storia. Poi c'è un altro perché: è importante e Mina ha rischiato dove altri non avrebbero fatto mai una scelta del genere, anche se è l'anno del Giubileo, ha prestato la sua voce, la sua fama, la sua sensibilità e bravura ad un genere musicale che esprime oggi verità e contenuti all'apparenza sopite, insomma ha riportato in primo piano un genere che non è mai venuto meno nel tempo, ma è rimasto in disparte oppure ha continuato in sordina, come a me stessa è capitato e ad altri amici pure, ma considerato sempre come un sottoprodotto della nostra cultura e quindi poco vendibile. Si sa che questo è il vero parametro di ciò che si considera valido e degno di stima, e quindi per concludere io ho provato uno slancio di gratitudine per Mina oltre che ammirazione per la sua straordinaria interpretazione e sono sicura che questa operazione darà nuovo slancio a esperienze di questo genere, che finalmente potrebbero uscire dalla clandestinità non solo con rinnovato coraggio, ma anche con una più riconosciuta dignità di esistenza e di proposizione. Questo è quello che per me più conta o per lo meno che conta alla base di tutto il resto. Dopo di questo tante altre cose, ma non vorrei essere lunga".
Massimo Lattanzi:
"La vera mente musicale di questo progetto è il maestro Gianni Ferio. Mi piace molto che questa affermazione sia saltata fuori dal signore che ha appena parlato - e non è mio padre! - anche se io sono il cugino di Mina, però non si intrecciano le parentele; è un'osservazione spontanea non provocata, perché proprio qui notiamo la grande arte, ma non voglio pigiare troppo il pedale, la grande arte di Ferio, perché questo arrangiamento, ma non posso usare il temine arrangiamento, comincia, non comincia anzi, perché Ferrio si astiene da qualsiasi nota, sottolineo Veni Creator, perché quando si arriva a questo inno è posto praticamente al centro del disco, ed è impressionante seguendo il percorso del disco, perché è un vero percorso, per cui quando lo ascoltate prendete almeno tre quarti l'ora della vostra vita e dedicatele tutte di seguito. In questo disco si resta affascinati dal momento del canto gregoriano perché in esso sparisce ogni accompagnamento e c'è solo la pura tradizione della Chiesa che parla attraverso questa melodia purissima che nonostante tutto è ancora ben conosciuta da molti. Mi guardo bene dal fare apprezzamenti di tipo storico perché sarebbero noiosi; invece dico qualcosa della storia recente, di quando siamo andati ad incidere questo disco dopo che abbiamo cantato le strofe alterne, naturalmente era un po' troppo lungo cantarle tutte. Mina ha detto "Io devo dire Veni Creator", cioè ha espresso una simpatia particolare per l'incipit proprio a livello epidermico, per le parole splendide con cui inizia questo inno. Mi colpiva questo, perché in un'epoca in cui si dovrebbe parlare latino, ma non perché è scritto nel concilio, infatti sapete che il concilio auspica che si continui a parlare in latino, almeno in Chiesa, anche se fanno dire il contrario, perché è la tradizione della Chiesa; nei secoli passati si studiava il latino solo per poter avere un accesso alla tradizione della Chiesa. Bene, chi ha una viva sensibilità senza pregiudizi sente la forza di questa lingua al di là di quello che è il suo significato oggettivo. La questione è molto seria perché Veni Creator Spiritus, vieni spirito Creatore, mentes tuorum visita, facci visita, si può proprio dire, accogli, visita le menti dei tuoi; inple superna grazia, riempi della grazia che vien dal cielo, quae tu creasti pectora, quei cuori che tu hai creato. La questione è seria perché non sono parole di una bella poesia, sono parole che chi crede può dire al mattino alla sera in un momento di difficoltà. Veni Sancte Spiritus, veni Creator Spiritus, uno può aspettarsi che venga veramente, e verrà se ci crede. Non si possono dire queste parole così o per fare una citazione in latino di qualche cosa di vecchio. Quando sono uscito coi miei cantori dopo due orette che abbiamo impiegato più che per incidere direi per stare con Mina e con la musica sacra, ho pensato perché dovevo fare tanta fatica a cantare, perché dobbiamo fare tanta fatica a cantare questo in Chiesa, perché dobbiamo fare tanta fatica qui con delle cuffie, con un effetto Cattedrale creato in una stanza che era grande la metà di questa perché in una chiesa cattedrale il canto gregoriano oramai è un pesce fuor d'acqua. Perché dobbiamo aspettare che Mina chiami questi cantori per cantare Veni Creator? Dico la verità: dal '93 dirigo la "Schola di Canto Gregoriano" in Duomo e non vi ho mai cantato l'inno Veni Creator. Abbiamo avuto anche una consacrazione episcopale per cui sapete non si canta solo a Pentecoste, comunque in tutti i momenti pentecostali e ditemi voi se invocazione dello Spirito Santo non è indispensabile quando si consacra un nuovo Vescovo. Quando ci sono state le Cresime è stato veramente un momento di estraniamento quasi: ero in Duomo con la mia Schola e abbiamo avuto venti bambini che facevano le Cresime (sapete che la Cresima è il sacramento dell'addio perché poi non li vede più nessuno i bambini), non c'è stato il canto dell'inno, c'era solo un organo che suonava incessantemente una musica moderna improvvisata, ma questo non per parlare contro la cattedrale di Cremona, che è un'isola felice grazie al suo Vescovo, perché comunque qualcosa si può cantare ancora, qual è il motivo per cui altrove è vietato? Puro soggettivismo si mette davanti il proprio giudizio, il giudizio dei liturgisti, il giudizio dei Vescovi, come ci ricorda il Cardinale Reitziger, il giudizio degli uffici del culto divino. Sottolineo il giudizio dei Vescovi, a quello che è non la norma scritta della Chiesa perché, con tutta la venerazione per il Concilio Vaticano Secondo, che ha scritto che nella prima delle sue costituzioni sulla Santa liturgia, la Sacrosantum Concilium scrive espressamente: "Canto gregoriano canto proprio della Chiesa". Non è in ossequio al Concilio che dobbiamo cantare il canto gregoriano ma alla tradizione millenaria della Chiesa. Ma non è una questione di suoni ma di testi. Noi stiamo sottraendo alla meditazione della Chiesa dei testi con un pregiudizio razionalistico: il latino non si capisce. Anche l'incenso non si capisce, poi ditemi voi cosa si capisce, io non lo so. Per esempio quando si legge a Ferragosto: "Una donna vestita di sole", aboliamo anche queste letture, arriveremo a fare dei sunti anche di queste letture perché non si capisce. È importante quando non si capisce non sforzarsi di capire ma evitare di capire Si è fatta la vivisezione della liturgia si è tolto il canto di introito e il testo dell'introito che ci consente di capire immediatamente il messaggio della festa e si vede. Il problema grave è che la liturgia è stata privata di un modo per capire la liturgia stessa anzi si crea un falso dualismo tra quello che è il canto, l'apparato sonoro della liturgia e la liturgia stessa. Ma non c'è un dualismo fra canto liturgico e liturgia, il canto è liturgia e questo è talmente vero che c'è un momento della celebrazione in cui il canto è e si identifica con la liturgia perché se la gran parte dei canti sono funzionali in un certo senso alla liturgia per cui possono indurre il sospetto che siano un accompagnamento, nel momento tra le letture se si canta canto gregoriano si deve cantare il responsorio graduale. È l'unico momento in cui la parola viene amplificata dai suoni e la parola è al centro della liturgia. Non c'è azione. È terminata una lettura e si attende di cominciarne un'altra, nel silenzio assoluto la schola si leva e canta le parole più sante di quella celebrazione liturgica, ad esempio Christus factus est pro nobis obediens usque ad mortem; come posso togliere dalla celebrazione della settimana santa un testo del genere? Non è un dualismo tra il canto e la liturgia, sono la stessa cosa, se togliamo il canto togliamo una parte vitale della liturgia".
Luigi Nava:
"Volevo riportare il discorso dalle vette altissime di Lattanzi a qualcosa di più prosastico. Visto che ha commentato cosi' bene il Veni creator Spiritus, mi permetto di dire come mai è stato inserito in questo disco: i brani erano già stati scelti era novembre e una sera tardissimo Mina mi ha chiamato e mi ha cantato una melodia e mi ha detto: "È cinquant'anni che ho in mente questa cosa, che cos'è?" Allora io ho riconosciuto che era il Veni Creator e ho recuperato un CD che avevo in casa, ho preso il telefono, l'ho messo vicino alla cassa e lei mi ha detto che era proprio quello e che l'aveva imparata quando andava dalle suore a scuola. Questo lo dico perché vuol dire che ci sono delle melodie talmente eterne che si calano nell'animo e non ti lasciano più".
Emilio Tadini:
"Quando ho cominciato a pensare a quello che avrei detto qui stasera, mi è venuta in mente una cosa che dice Wagner, apparentemente molto strana: "L'origine del canto è il lamento": la cosa è abbastanza incomprensibile sulle prime, ma se ci si pensa un attimo diventa evidente, illuminante: perché questa affermazione viene opportuna qui? Che dal lamento sorga il canto io credo lo confermi la storia lunghissima della melodia; una volta alcuni mi dicevano che non c'è musica che non sia melodia: è un paradosso però in effetti c'è qualcosa di vero. Melodia non nel senso classico del termine, ma io ho pensato a qualcosa come il lamento persino nel sentire quei meravigliosi canti gregoriani. La melodia che arriva fino a tutta la grande opera italiana, pensiamo a Bellini, arriva fino a Wagner, che è una specie di sublimazione della melodia e persino l'illimitato darsi dell'orchestra in certe ripetizioni dei moduli sonori è veramente una specie di melodia elevata al quadrato. Con la grande vocalità sette-ottocentesca: c'è una specie di formalizzazione della voce, si insinua sempre più forte quel famoso vibrato che da una parte sembra una caricatura del lamento, e Mina ne fa un uso rarissimo, limitatissimo. Spessissimo nelle parti più belle Mina non usa il vibrato. Questo formalismo in qualche modo viene bruciato, esaltato, consumato che è L'Aria della Regina della Notte di Mozart, che non a caso è cupa, diabolica e che consuma davvero completamente questo formalismo. Poi in realtà il formalismo va avanti nella tradizione della lirica, non è una critica della lirica, ma una riduzione alla sua oggettiva consistenza, con quella fortissima immissione di patetico che invade tutto il melodramma e il patetico è secondo me una specie di esorcismo che ogni cultura fa dell'etico. C'è una forza morale che noi sentiamo ed esorcizziamo con il patetico, questo senza togliere meriti al grande melodramma. Nella modernità c'è una cosa nuova che si presenta, il Blues, l'irruzione della cultura africana in quella occidentale, che è fondamentale in questo secolo: Le demoiselles d'Avignone di Picasso, che lui comincia ritraendo due signore che hanno un vago aspetto spagnolizzante, poi visita il museo de "L'Homme", vede le sculture africane, torna a casa e finisce il quadro con queste terrificanti figure africane che irrompono dentro, non solo nel suo caso, ma nella storia della cultura occidentale. Dal blues questa straordinaria conferma del fatto che davvero all'origine, alla fondazione del canto c'è il lamento, dal blues nasce la grande musica contemporanea, nascono anche quelle grandi voci ansiose che danno insieme, paradossalmente una grande sensazione di energia ed una grande sensazione di ansia. Non dico di angoscia, ma di ansia terribile, quell'ansia che percorre davvero, io credo, tra l'altro tutto ciò che noi chiamiamo cultura, ma nel senso più vasto della parola e che in sostanza è la forma, credo, davvero della coscienza della mortalità. La grande voce ansiosa ed energetica sono la voce di Janis Joplin, questa cantante di blues bianca, straziante, la voce di quel genio un po' stupido, ma genio che è Elvis Presley e la voce di Mina, che ha questa qualità. La voce di Mina è stata per un certo periodo impiegata dalle circostanze in una specie di involucro borghese colto, certe canzoni, certi duetti, certe storie d'amore, ma la forza della voce di Mina rompeva secondo me i limiti stessi delle parole e faceva sempre sentire la presenza forte di questo lamento, e lamentarsi vuol dire partecipare a se stesso e agli altri questo dolore, coscienza del tragico. Lasciatemi dire che Mina sia stata portata a questa esperienza, di cui abbiamo sentito alcuni esempi, non tanto da un pensare, da un'idea, ma dalla natura della sua stessa voce, qui è quello che si chiama il sacro, è come se il sacro diventasse la forma dentro la quale viene gettata questa materia incandescente che è l'ansia. La coscienza del tragico è sopravvissuta, custodita dalla voce di Mina al di là di tutte le occasioni in cui ha dovuto manifestarsi nelle varie canzoni, anche bellissime, ma con connotazioni sociologicamente facili da identificare. La voce di Mina ha superato tutto e ci si consegna rivelando la sua natura più profonda".
"Dalla Terra".
L'album risulta essere il 38° album più venduto dell'anno ed in classifica raggiunge il 4° posto.
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Girasoli come margherite che si sfogliano...
Girasoli gialli ad impreziosire il
Museo Minofilo di Forlìdel Cavaliere
Franco Ghetti .* * *
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