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Luigi Nava

Antologia di messaggi alla rinfusa "rilegati" da Franco Lo Vecchio

Data di pubblicazione in questo sito 02 dicembre 2007

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Mina un "mito" suo malgrado

di Luigi Nava - Luglio 2003

 

Di certo la parola "mito" mette un po’ a disagio. Non è la parola che Mina si mette addosso pensando a sé. Ma noi, forse, lo possiamo usare questo termine. Mito costruito (suo malgrado) solo con la musica. Mito non alimentato da altro, per lo meno negli ultimi 25 anni, se non dalla musica e magari dall’assenza. Il fatto di essere diventata mito è stato il frutto di una dedizione totale alla musica, senza concessioni al pettegolezzo e anche all'immagine. Che sia mito mi pare emerga anche da tutti i piccoli brani fi giornali che quotidianamente riporto. L’Italia è percorsa in lungo e in largo da mille feste, concerti, ritrovi, serate, spesso a dimensione locale o paesana. E non passa giorno che i giornali locali ci parlino di manifestazioni canore in cui le cover di Mina sono all’ordine del giorno. Per una cantante locale, salire su un palco e cantare le canzoni di Mina diventa un po’ come un passaporto per entrare nel Gotha della canzone, come un piccolo trampolino di lancio.
E così Mina c’è, nei più sperduti angoli di questa meravigliosa Italia, e resta presente nell’immaginario della gente.
Mi viene in mente il 10 agosto 1999. Si era in spiaggia di sera tardi, per vedere le stelle cadenti. Poi Renato Zero ha la pensata di andare a Seravezza, dove c’era una festa di paese (la festa di San Lorenzo). Così, tanto per vedere. Moltissima gente in giro, tra bancarelle, tavolate, un palco dove alcuni cantanti si esibivano.
D’improvviso qualcuno indica con un dito, e tutti rivolgono gli occhi nella stessa direzione. Qualcuno si era accorto di lei e ormai tutti si passavano la notizia di bocca in bocca. Sul palco smettono di cantare e si mettono a improvvisare "Acqua e sale". La gente si avvicina con rispetto, qualcuno tenta di farsi fare un autografo. Mina si avvicina a qualche bancarella e compra collanine e dolciumi vari. Trambusto, euforia, ma con un senso di grande rispetto.
Meno male che poco dopo arriva anche Renato, che si era attardato per trovare un parcheggio. E quindi il trambusto si divide in due. Un po’ per lui, un po’ per lei. Mina può respirare un po’ di più. E cammina traquilla tra le bancarelle di Seravezza.
Un mito, suo malgrado.


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Una "piccola" antologia di una Mina tratta dai suoi scritti su "Liberal"

di Luigi Nava - Luglio 2003

 

Che Mina sia misurata, fredda e poco spontanea negli articoli non corrisponde al vero. Quando si lancia, non ce n’è per nessuno. E" vero invece che usa stili diversi a seconda degli argomenti che affronta. Va dal personale, al lirico, al passionale, al riflessivo, all’intimistico, ecc.
Una "piccola" antologia di una Mina un po’ "irritata" e poco misurata (prendo soprattutto da "Liberal", perché credo che questi articoli siano meno conosciuti).

(23/4/98) Sì, devo proprio dirlo. Brutta palla, onorevole Fini! Non so se le sia scappata, se lo pensi realmente, se abbia fatto i suoi calcoli politici o se l’abbia detto perché ormai la demagogia si porta via tutti di peso ... destra, sinistra, centro, sopra, sotto e di traverso ... in ogni caso, gran brutta palla.
A prima vista sembrava proprio che le fosse uscita quasi incontrollata, la cazzata.

(4/6/98) Un mio amico, non troppo tenero, anzi, direi proprio feroce, ha elaborato un minitrattatello dal titolo: "Irene Pivetti ovvero quando l’amore fa male". Senza arrivare alle altezze di cattiveria e di perfidia del mio amico, molto divertente però, devo confessare che non è il solo a preferire la Irene prima maniera. Anch’io ho nostalgia del bel muso imbronciato, del rigore, della severità, almeno apparente, dell’aria incazzata della "gobeta sopresà" come l’ha chiamata tempo fa il foudroyant Vittorio Sgarbi (che, tra l’altro, avrei tanto voluto come compagno di banco).
Ma forse un pochino di riservatezza, un giusto schermirsi, una qualche moderazione nell’esibizione del colpo di fulmine sarebbe stata auspicabile. A meno che non si tratti di presa per i fondelli nei nostri confronti. Il che, se da una parte smantellerebbe il teorema della soave cretineria della coppia, dall’altra risulterebbe grave irriverenza nei riguardi di noi piccoli lettori e guardatori. Ma noi siamo usi a ben altri oltraggi e non ci spaventiamo, anzi, in questo caso ci staremmo volentieri.
Le mielose tenerezze, gli sguardi rapiti e persi negli occhi dell’amato o dell’amata, volontariamente esibiti dovunque, ammanniti in continuazione, provocano un lieve ribrezzino, diciamoci la verità. Perché non sono esteticamente belli come quelli dei film, per esempio, e neppure dei fotoromanzi e neppure della cronaca nera. La rappresentazione della tenerezza, tanto apprezzabile tra le mura di casa, è accettabile solo se mediata da un copione, da una grande sceneggiatura, da un grande datore di luci, da un grande regista e soprattutto da grandi attori. Certo che "Questo piccolo grande amore" cantato in maniera assolutamente convinta alla rapita mogliettina in una trasmissione televisiva, dove persino il conduttore che era rimasto impassibile davanti a tutto, rideva beato, è una cosa di una bellezza unica nel suo genere ... sai, quelle cose che ti danno allegria come quando incontri un grande comico involontario. Uno zuccherino irripetibile.

(9/7/98) E, tranne quelli che sono dalle tue parti per continuare a romperti i coglioni, gli altri, tutti, sono sempre qui con lo scopo, tra l’altro, di fare a noi la stessa cosa.

(1/10/98) E siccome sono una rompicoglioni, non mi basta una semplice infarinatura, voglio andare nel profondo.

(15/10/98) E poi sono più favorevole a un trapianto di dignità e a un trapianto di coglioni ... Ce n’è tanto, ma tanto bisogno.

(17/12/98) sembra tollerare cristianamente le "bombe" che cercano di mettergli in mezzo ai coglioni

(29/1/99) I rompicoglioni dei vari comitati di difesa dei consumatori, che se la prendono con Tex Willer perché fuma. Tolleranza zero.

(25/2/99) Avverto subito gli eventuali malevoli giornalisti che non sarà difficile interpretare correttamente, senza alcuna possibilità di equivoco, l’intenzione di queste mie considerazioni. Perché il senso del mio discorso può essere chiaramente esplicitato in una frase: bisogna reagire alle violenze ripetute, pervicaci, perseveranti, di chi volutamente stravolge il senso dei fatti e dà in pasto alla massa notizie confezionate ad arte in totale disprezzo della verità.
Mi spiace per i manipolatori, ma questa volta non potranno esercitare la loro perversa fantasia: il mio pensiero è questo e non riesco ad immaginare come possano stravolgerlo e riferirlo sui loro giornali o dalle loro reti televisive, in modo diverso da come lo esprimo. So benissimo che non c’è limite alla malafede e alla fantasia umana, ma, nonostante questo, continuo ad essere fermamente convinta che ciò che è scritto è scritto, che ciò che accade è un fatto, che la realtà è costituita di dati che vengono prima di ogni possibile interpretazione. E posso parlare con totale libertà e con gioia, perché nessuno riferirà queste mie considerazioni: sono troppo poco interpretabili.
Non intendo, ovviamente, tornare sull’intervento a proposito della Loren: "quod scripsi, scripsi". E anche i barboncini col cappottino che le sciure milanesi portano a passeggio in via Montenapoleone hanno capito che cosa intendevo dire. Quel che mi preme è sottolineare i maldestri tentativi di leggere nel retropensiero di chi parla.
La costruzione della notizia è un procedimento mortifero che mi fa inorridire. La corsa al sensazionalismo, la violenta banalità dei titoli, la logica pettegolistica da mercato rionale, la deliberata manipolazione della verità, il solleticamento delle facoltà più basse del pubblico sono tutti meccanismi esiziali che sembrano essere diventati la norma della comunicazione.
E fin quando chi ci va di mezzo è qualcuno che non conta niente come me, con il pezzo sulla Loren, niente di grave. Mi incazzo un attimo e finisce lì.
C’è qualcosa che non quadra. C’è qualcuno che vuole montare la notizia. C’è qualcuno che ci vuole prendere per il culo.
Il vero stupro è quello fatto alla verità.
Dicono che l’Italia sia agli ultimi posti nella classifica dei lettori di giornali, ma non credo più che questo debba essere considerato come un fatto di inciviltà. La vera civiltà è rifiutare di farsi scaricare nel cervello tutta la spazzatura.
By the way ... c’è ancora qualcuno che non capisce perché ho smesso di parlare con i giornalisti?

(8/4/99) Chiedere ad una contadina del perugino, incazzata perché sta aspettando in coda ad un ufficio postale, se è meglio una carezza carica di tenerezza o una "seduta" di sesso violento è diverso dal chiederle se guarda più volentieri alla tv un quiz o una partita di pallone.
E se allora io dicessi che preferisco di grandissima lunga il sesso, come dovrei essere considerata? Una perversa ninfomane, oppure una persona che rifiuta queste banali schematizzazioni e che rivendica il diritto di tenere per sé la sostanza inafferrabile e incatalogabile del proprio "atteggiamento fisiologico e sentimentale"?

(15/4/99) perché non comando un cazzo, ... perché non mi passa la rabbia di fronte allo sconquasso universale provocato dai soliti due o tre coglioni, ... ti ringrazio, mio Dio.

(27/5/99) La televisione, al massimo, si scusa del disturbo con i telerincoglioniti obbligati quando passa trasmissioni sui libri.

(16/9/99) Dopo tre giorni di trasmissioni chilometriche, in cui non succedeva praticamente niente, la giuria era distrutta, al punto che sarebbe stato necessario l’intervento della Protezione Civile. I volti dei giurati erano amebicamente sfatti ed incartapecoriti da un alone di noia, sbadigli e trucchi colanti, saltuariamente interrotti da dichiarazioni storiche sull’emozione che si prova quando si vince o sul fatto che, in fondo, si tratta solo di un gioco. I profili psicologici elaborati per le tre finaliste erano più insulsi dei test dei settimanali estivi. Persino il monumento Sordi, sgretolato dalla noia, si è prodotto in un disperato sermoncino finale che meritava di essere registrato per essere distribuito gratuitamente dal Servizio Sanitario Nazionale per la cura dell’insonnia. Incredibile. E le lacrime sul viso della vincitrice mi facevano pensare che aveva ragione ancora Oscar Wilde quando diceva che "il pianto è il rifugio delle donne brutte, ma è la rovina di quelle graziose".
I dirigenti della RAI si stropicciano le mani per gli indici di ascolto stellari. E noi, dopo aver ricomposto i nostri coglioni stropicciati da tanto evento, ci consoliamo con una videocassetta di un vecchio film di Totò quando lui, in un numero da avanspettacolo, cantava "Miss, mia cara miss".

(22/4/00) Che bravi che siamo. Belli, pecoroni, intontiti, rincoglioniti e felici.

(17/6/00) Siamo un popolo di fantasiosi sceneggiatori, di inventori, di arrangiatori della realtà, insomma, siamo un popolo di gente che non si fa i cazzi propri neppure sotto la minaccia delle armi.

(11/3/99) Succulento Sanremone mio, che ci ingeneri il desiderio di spaccare il televisore con una ascia di guerra dei Comanches. Che dovrai prima o poi accorgerti che la vita e gli uomini possono essere inconsistenti nonostante te.

(14/5/02) Lui non lo farebbe mai. È troppo signore, troppo buono, troppo generoso, troppo abituato a sopportare le mezze calzette che si fanno belli sulla sua pelle, troppo alto per scendere a patti con gli scarti dei conservatori assurti a "critici" musicali, troppo cristiano per sbugiardarli, troppo ironico per arrabbiarsi.
Lui non lo farebbe mai. Il sacrosanto consiglio di andare a cagare, allora, glielo do io.
Il rispetto è una cosa che, applicata al mondo della musica, non esiste. Non vedono l’ora di trovare un pretesto per rovesciarti addosso tutto il veleno che hanno in corpo, tutto il rancore che sembra essere l’unica cosa di cui sono dotati. E l’umiltà del signor Pavarotti, e sottolineo signore, una volta in più avrà ragione della spocchia, della maligna, bieca cattiveria dei suoi detrattori. Poveri loro!

(12/3/98) Certo, preferirei che sulla passerella si presentassero non solo le modelle con il vestito attaccato ai capezzoli col piercing, ma anche dei bei ragazzoni con i jeans attaccati ai testicoli, per esempio. Sarebbe un ulteriore passo sulla strada dell’estremo e anche della parità dei sessi.

(18/6/98) E poi, come tu mi segnali, ci sarà il "Processo ai Mondiali" con Biscardi e Antonio Di Pietro. Molto, molto bene. Solo un piccolo suggerimento. Tenuto conto della proverbiale padronanza della lingua e dei congiuntivi dei due noti e amatissimi personaggi, proporrei di cambiare nome alla trasmissione. Non "Processo ai Mondiali", ma piuttosto "Torna a casa Lessico".

(25/6/98) Siamo, ormai, un Paese in mano ai consulenti legali, agli avvocati, agli esperti di norme e divieti. Un Paese che sembra perdere il suo famoso senso del ridicolo. Un Paese dove si fa scempio di ogni briciolo di intelligenza. Però ci vogliono bene. Si preoccupano di dirci come dobbiamo bere, mangiare, andare di corpo, vestirci, pensare. E questa genia di tate, di baby-sitterone legal-militaresche, di legulei, insomma, è fatta da quei giovani che trent’anni fa urlavano contro ogni forma di potere costituito.

(8/10/98) Brutta china. Sento allargarsi metastaticamente persino alla stampa più aristocratica l’orrenda brodaglia, caratteristica, fino ad ora, degli imperatori televisivi depositari del luogo comune più becero e colpevole.

(22/10/98) Ma allora sarà meglio, prima di questa innovazione, controllare anche i ricciolini dell’ottimissimo Mentana. Ormai cascano sulla spaziosissima fronte formando un triangolino, come dire ... al limite del pornografico.

(12/11/98) I vecchi signori della Balena Bianca non sono morti e, anzi, stanno benissimo. Una crisi di governo si risolve per il decisivo intervento di due cariatidi del vecchio regime. Basta un accordo tra un vecchio "gladiatore" ferocemente anticomunista ed un vecchio assiduo frequentatore dei salotti vicini al PCUS, e l’Italia ha un "nuovo" governo. Che figata! Nel frattempo Scalfaro lavora per un altro settennato sul Colle. D’altronde, è sempre meglio il Quirinale che l’ospizio.

(26/11/98) Chi ha abusato dello sguardo, chi ha prolungato i suoi occhi coi meccanismi tecnologici della fotografia per rubare immagini che non gli competevano, chi si è intromesso morbosamente nella vita di chiunque, famoso o ignoto, con la volontà perversa di appropriarsi dell’altrui persona, dovrebbe essere condannato alla privazione, se non degli occhi, almeno delle ciglia, se non sono finte. Come dei novelli Prometei i fotografi-paparazzi meriterebbero di essere legati per sempre su una rupe; da lì un’aquila, e cioè l’animale che ha lo sguardo più profondo, si divertirebbe a strappare una per una le ciglia che, pur ricrescendo, sarebbero sempre preda della loro voracità punitiva.

(7/1/99) DI PIETRO E LA POLITICA
Mi piacerebbe sapere dei motivi che vedono Di Pietro così impegnato alla vita politica italiana. Ma penso che lui è proprio l’uomo che non può accettare di una situazione che tutti parlano e nessuno fa niente per cambiare le cose. Lui, anche se sapeva ai guai che andava incontro, ha fatto la scelta di fare la politica in modo non ondivoco, perché non può accettare che la verità si predica bene, ma si razzola male. Lui il polso della gente ce l’ha e porta alla ribalta le loro esigenze, che ce ne hanno tante. Si immischia in mezzo alla gente e non si schernisce dietro i falsi diritti del parlamentare. Bravo Di Pietro!

(21/1/99) Mi viene in mente che noi italiani siamo sempre stati un popolo di risparmiatori. E questo è documentato dalle statistiche, sempre pronte a vivisezionare e a quantificare ogni più segreta azione individuale o sociale. Ma mi viene anche in mente che noi siamo un popolo di poeti, navigatori e santi. Nel luogo comune non c’è mai stata la parola giocatori. Ora bisognerà aggiungerla.
E bisognerà aggiungere, forse, anche la parola imbecilloni. Sì, perché non capisco come facciamo a commuoverci fino alle lacrime di fronte a una madre che rivede il figlio dopo dieci, venti o addirittura trenta anni. Io credo che una madre vera faccia qualsiasi cosa, qualsiasi, pur di "far su" i soldi per raggiungere un figlio, per vederlo anche soltanto per poche ore.

(13/5/99) È vero, gli ho detto, ma Di Pietro non fa testo, è fuori quota. Le sue presenze televisive in occasione della campagna referendaria si sono trasformate in una strage della sintassi, in una Waterloo dei congiuntivi, in un massacro delle concordanze. È pur vero che l’onorevole non può essere paragonato alla regina Elisabetta ... Diversi lo stile, il portamento ... le movenze.

(10/6/99) Nonostante tutto, non vorremmo rinunciare al desiderio e al diritto di sapere se il sugo preparato dalla Lollo, pur superimpegnata nelle prossime elezioni, sia più carico di basilico di quello della Loren. Del suo soffritto di cipolle sappiamo già tutto. Ma non ci è stato ancora rivelato ogni quanti giorni vengono cambiate le lenzuola della camera di Gwyneth Paltrow, come si stanno sviluppando gli interessi ornitologici di George Michael, a quale livello di eburneità è giunta la mozzarellica carnagione di Michael Jackson che, secondo una mia amica, ormai avrebbe bisogno di fare un po’ di lampada, il colore della carta igienica preferita da Cameron Diaz e soprattutto con chi va a letto Julia Roberts.
Non possiamo accontentarci delle tette sfuocate di una qualsiasi diva nostrana, rubate da un teleobiettivo mentre lei si spaparanza sulla sua barca al largo. Vogliamo entrare nel privato più privato, perché solo attraverso questa conoscenza totale ci sentiamo redenti.

(8/7/99) A questa Pubblica Istruzione, che vuole accertare la maturità dei nostri studenti, non potremmo consegnare nessun diploma. Ministro Berlinguer: bocciato. Ripassi l’anno prossimo.

(22/7/99) Finanziamenti non utilizzati, tenuti nel cassetto per rimpinguare, con gli interessi, chissà quali conti. Polemiche tra università e ospedali. Confusione tra prestazioni sanitarie offerte in cliniche universitarie, ospedali pubblici e ospedali privati accreditati come se le malattie fossero differenti se curate in un posto o in un altro. Lobbies con trasversalità di potere tanto influenti da neutralizzare la buona volontà di qualsiasi ministro della Sanità. Panorama ridicolo.
Quand’ero piccola, ricordo che mio padre ripeteva sempre una frase che per me non aveva alcun senso. Adesso so che cosa significa. Diceva: "Non è difficile governare l’Italia. È inutile."

(29/7/99) I 51 miliardi di dollari di Bill Gates mi farebbero pensare che il padrone della Microsoft abbia una natura diversa da quella di ogni altro comune mortale, che il suo sangue abbia una composizione diversa, che abbia sette mani oppure una sola, non so. E invece no. Il suo faccino rimane costantemente poco aristocratico, la montatura dei suoi occhiali è sempre quella di un anonimo ufficiale giudiziario e la simpatia che emana è inversamente proporzionale al potere che esercita sui destini dell’umanità.

(23/9/99) Ne sanno qualcosa i nostri partner europei. Partner loro malgrado, perché non perdono occasione per bollare di inaffidabilità questo paese che si vorrebbe normale, ma che ha fatto dell’anomalia la sua legge irredimibile. Hanno torto a dipingerci sempre come arruffoni e pressappochisti, inconcludenti e rissaioli. Siamo proprio dei poveracci, dei buffoni.

(18/11/99) Ma la beozia polimediatica continua ad attuare la sua opera di cerebrolesione. Ci stanno succhiando anima e cellulite. Una delinquenziale liposuzione del cervello, un’azione subdola che sta portando alla creazione di una nuova umanità burinica, un livellamento delle nostre sinapsi che qualcuno vorrebbe riprogrammare per renderci tutti abitanti a pieno diritto del "villaggio globale". Di quel villaggio di cui mi vanto di essere la più grande scema, che non vuole partecipare a questo mostruoso rito di rottamazione dell’intelligenza.
Ormai non sono più nemmeno dei leggeri flussi evanescenti, quelli che sento fuoriuscire dal tubo catodico. Qui si tratta di bordate che spaccano il monitor. Corpi eviscerati, morti in diretta, violenza gratuita, assieme ad ammucchiate di racconti di casi umani, in cui il nonnetto favoleggia di palpeggiamenti alla fidanzata del nipote oppure l’adultera uccellomane si eternizza nei salottini televisivi.
Quando accendo il televisore, vorrei essere avvertita di quali schifezze metafluide si stanno per riversare in casa, in modo da poter almeno preparare una maschera antigas, di quali banchetti di burinismo cafonico stanno per vomitare, così da ricorrere a qualche antidoto.
Sono arrivata al punto di invocare a gran voce i balletti delle Kessler o, in mancanza d’altro, i pianti della Milo o i manicomiali "sifacciaunadomandaesidiaunarisposta" dell’inconsapevole Marzullo. Preferirei rivedermi tutte le mitiche puntate de "La nonna del corsaro nero". Aridatece il mago Zurlì.

(25/11/99) Vi sta bene che l’inciviltà sia il nostro distintivo, che il lago di morte e di insensatezza sia l’unico specchio che riflette la nostra immagine, che l’indifferenza stia nel nostro cuore come unico antidoto all’urlo che dovrebbe invece essere gridato, in ogni istante, di fronte a tanto sfacelo?
Vi sta bene? A me no.



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"Finale rossiniano"?

di Luigi Nava - Luglio 2003

 

Il bello dell’essere in rapporto con Mina (sia come amico, sia come semplice ascoltatore) è che ti costringe ad andare a fondo. Il fatto che lei parli poco costringe a guardare il suo dito che indica le cose e poi sei tu (io) che deve fare lo sforzo di capire. Lei ti mette lì le cose e tu (io) devi applicarti a capire."Finale rossiniano"? Lei l’ha detto così, senza ulteriori aggiunte. A me lo sforzo della comprensione. Che cos’è un finale rossiniano? Bisogna avere qualche cognizione di Rossini, per capire. Vado alla mia memoria musicale, metto su qualcosa di Rossini e riascolto. E allora capisco. E’ un finale in crescendo, un finale che non arriva mai, un finale che riprende le linee musicali dette prima, le estenua e sembra non arrivare mai alla conclusione. Uno sbrodolamento (per allungare il brodo) e una conclusione esplosiva e un po’ enfatica.Questo ho capito io del "finale rossiniano", in riferimento alla musica di Rossini.
A questo punto leggo l’articolo di Celentano e applico la metafora. Una semplice operazione di intelligenza, in cui Mina mette in atto il suo metodo tipico e costante. Raramente giudica. Spesso indica e lascia a ciascuno lo sforzo (e la bellezza suprema) del capire con la propria testa, con attenzione ai dati offerti. Per questo non ho bisogno di chiederle di esplicitare. Lei ha già detto tutto dicendo "finale rossiniano". Lei, che è il massimo della sintesi (e che spesso si lamenta che per gli articoli della Stampa è costretta ad usare un tot di righe, sempre troppe per la sua natura sintetica).
E la sua segnalazione significa: Se non l’hai già letto, leggi sul Corriere l’articolo di Celentano.
A ciascuno il compito di capire, senza che lei si sostituisca alla mia (nostra) intelligenza.


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Mina "saltapicchia" da un canale all'altro

di Luigi Nava - Luglio 2003


Mina è la regina dello zapping. Saltapicchia, come dice lei, da un canale all’altro. Se lei fosse una delle 5000 famiglie monitorate dall’Auditel, farebbe sballare tutti i dati, perché molti programmi avrebbero altissimi contatti, ma bassissimo share.
Saltapicchia, senza troppi discorsi, sempre alla ricerca di qualcosa di interessante. Spesso si rivolge alle proposte dei canali satellitari. E allora si delizia di una vecchia intervista con Salvador Dalì, del reportage (storico) di Zeffirelli sull’alluvione del 1966, su un vecchio sceneggiato della RAI degli anni ‘60, ma anche su un programma di cucina in cui spiegano come si fanno le orecchiette al pesto.
Ma c’è qualcosa che la risucchia. I film in bianco e nero sono come una carta moschicida. Se ci casca sopra, difficilmente riesce a liberarsi; Certi canali come "Cineclassics" ridanno gli stessi film nell’arco di una stessa settimana. E lei è capace di rivedere lo stesso film, a pezzi, per tre o quattro volte.
Se le capita di imbattersi nei vari Bonolosi, De Filippi et alia similia, qualche commentino ironico le scappa. Una battutina mordace e poi passa oltre.
Ma per i quiz ha una vera passione. Amadeus o Scotti fa lo stesso. Ama le sfide e forse vuol vedere se sono più bravo io o Quaini a rispondere per primo. Poi invece mi fa incazzare quando vede "Sarabanda" e azzecca i brani dopo una nota e mezza. Anch’io ci arrivo, ma non collego subito, come fa lei, musica e titolo. E quindi mi frega (ci mancherebbe altro che pretendessi di vincere anche questa gara!!!).
Ormai ha perso la vis polemica e si è quasi rassegnata alla palude televisiva. Ogni tanto, di fronte agli orrori, si lascia scappare un "non c’è mai limite al peggio". E, rassegnata, va a cercare un TG o un film in bianco e nero. Le piacciono molto anche le televendite di Telemarket, dove si vendono oggetti d’arte e gioielli. Ma, come dice la canzone, non compra niente. E’ strana. Non vede le telenovelas, ma poi si appassiona al "Bello delle donne". Ma poi dice che non gliene frega niente. Vede i TG, ma se ci sono notizie pesanti, che coinvolgono bambini o che mostrano violenza, non ce la fa e gira altrove.
Paradossalmente, ma neanche tanto, i conduttori che critica sono poi quelli che vede di più. Lo disse anche in articolo, che lei si sente risucchiata dal sottile piacere del nulla. Se vede Luca Giurato non può fare a meno di dire due cosette non proprio gentili, ma poi lo deve seguire perché non vuole perdersi le chicche e gli orrori. Se si perde qualcosa, supplisce con "Blob" che le piace molto. Non sopporta, invece, "Striscia", probabilmente perché non sopporta (è più forte di lei) tutto quel presunto giornalismo ficcanasistico e indagatore (non sopporta la gente che non si fa i cazzi suoi).
E’ difficile fare una sintesi, perché Mina ha un rapporto quasi istintivo con la tv. E’ una che coglie magari un particolare e si ferma un’ora a vedere un servizio-intervista su Roberto Baggio, o le dirette da Piazza San Pietro. Poi scende di livello e va a vedere un pezzetto dello show del sabato sera (quasi per dovere professionale). Ma in quel caso si capisce che soffre. O perché si lascia scappare qualche commento, o perché sbuffa, o perché, saltapicchiando, vede poi Ernst Nolte che parla all’"Infedele" con Gad Lerner e resta lì incantata a sentir parlare di ideocrazie e di totalitarismi. Una cosa è certa. Se sente qualcuno che parla un ottimo italiano e dice cose intelligenti (così come se capta un po’ di musica seria), lì si ferma. E non esistono più Bonolis, De Filippi, Costanzo o Venier.



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"L'assegno in bianco di Berlusconi"

di Luigi Nava - Giugno 2003


Si era nella seconda metà degli anni '80. Il signor B. avrebbe voluto avere Mina su Canale 5 per uno spettacolo (magari a più puntate). Le lasciava la massima libertà di scelta (brani, musicisti, scaletta, ecc.). Per convincerla mandò l'assegno in bianco. Su come andò a finire la vicenda ho già detto.

Due brani d’autore riferiscono lo stesso episodio. Il primo è di Gianfranco Salvatore:

"Aveva il carattere giusto per riuscirci. Viene descritta come una persona a cui non piace fare troppe discussioni, che preferisce seguire l'istinto. Per la propria indipendenza ha rifiutato offerte clamorose, si è ritirata dalle scene, è diventata un'azienda discografica in proprio. Chi l'ha conosciuta da vicino ne ricorda il candore e la testardaggine. Grande figura femminile dell'individualismo dei nostri tempi, anche nelle scelte di vita, col privilegio di non essere mossa da nessuna ideologia, se non quella della propria indipendenza. Rendiamoci conto: Mina è una che ha rifiutato Sinatra e l'Ed Sullivan Show, Fellini e "Il Padrino" di Coppola, il sogno americano e i miliardi offerti da Berlusconi. E che sa correre il rischio di sbagliare: nel '64 si ostinava a non accettare di cantare "E se domani" (che registrò solo grazie a un sotterfugio dell'autore), e poi fece lo stesso con "L'appuntamento", che divenne uno dei massimi successi della Vanoni".

L’altro brano (di Thommi Herrwerth) apparve su un giornale tedesco:

"Vi apprendo anche la seguente informazione: quando il Mogul televisivo e da poco tempo Presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi le fece pervenire un assegno in bianco con la richiesta di un’apparizione pubblica, Mina stracciò l’offerta senza esitare. Che abbia detto di no a questo bell’imbusto impomatato la onora veramente. Su Mina si può fare affidamento ora come allora".



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Mina non ha una appartenenza politica

di Luigi Nava - Giugno 2003 2003

 

Mina è o non è berlusconiana? Tu dici di sì. Ma sbagli di grosso. Non la conosci, non hai mai cenato con lei, non hai mai discusso due minuti con lei, non hai mai visto un TG con lei, non hai mai sentito lei che commenta le cose della vita. Leggi i suoi articoli, è vero. Ma li stravolgi. Mina non ha una appartenenza politica. Non è assolutamente schierata. Le interessa solo che chi governa lo faccia al meglio.
Il problema per lei non è tanto quello della politica intesa come schieramenti, ma come criteri di valore a cui ispirare l'azione e sulla base dei quali costruire una società. Io non ho mai (dico mai) sentito Mina parlare di una scelta di campo da parte sua. Niente scelta di campo in termini partitici. Però, al di là di una visione a volte cinica, oltre uno sguardo disincantato (e ne è prova l'articolo "La solita musica"), c'è la fiducia in una società costruita su criteri e valori. Crede nell'autonomia dell'individuo, nella capacità di autodeterminazione, nella libera iniziativa, anche nella meritocrazia. Crede poco nello statalismo.
Libertà senz'altro, coniugata ad un ruolo sociale da parte dello stato. Pragmatismo e idealismo in dosi uguali. Ha sempre avuto un debole per Andreotti (leggere l'articolo" Andreotti Kid" dell'ottobre 1999), ma non è mai stata democristiana. La RTI che compra la PDU non significa che Berlusconi compra Mina. Per carità!
Una cosa è certa: Mina crede al fatto che chi è capace deve poter fare. E quindi andare incontro alle esigenze di una società, senza schematismi politichesi, ma animato solo da correttezza, pragmatismo, coerenza ideale e amore alla libertà dell'uomo. E comunque, lo ripeto, mai una volta che abbia detto: "Quel politico mi rappresenta". Può rappresentarla solo se, in una scelta concreta, fa qualcosa di buono. Ma se la volta dopo si abbassa ad una politica-politichetta, non lo considera più. Un esempio (che può aiutare a capire). Nel 2001 sulla Stampa una bacchettata a De Mauro per una politica scolastica che rinuncia alle nostre tradizioni, ma un paio di settimane dopo un plauso per aver introdotto l'educazione musicale nella scuola di base.
Ricordo poi che ha rifiutato assegni mandati da Berlusconi. Li ha rimandati indietro, senza un biglietto e tanto meno senza una telefonata.

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E' come una sciuretta della Brianza che si riempie di cose, mai originali, ma comunque eleganti.

di Luigi Nava - Giugno 2003


Per Van Gogh ha un'ammirazione inferiore a quella che ha per Picasso. Un'ammirazione che dipende da quadro a quadro. Ama moltissimo Caravaggio. E in questo senso io credo che il periodo storico che più si addice a Mina sia il periodo che va dalla nascita della polifonia, il periodo di Tasso e di Monteverdi, e che arriva fino alla metà del Seicento. Mina è barocca nel senso migliore del termine.
Ma poi ama anche le cose finte. Ha fatto la fortuna di decine di extracomunitari che le hanno venduto una quantità industriale di borse di Gucci e di Louis Vuitton, borsellini e cinture di Prada, e altre taroccate del genere. Ama i quadri finti, le copie che artisti della domenica fanno di quadri famosi. Ne ha diversi in casa (Gauguin, ad esempio).
E' come una sciuretta della Brianza che si riempie di cose, mai originali, ma comunque eleganti.
Non sopporta invece il kitsch, i soprammobili pacchiani (ha fatto un angolo della casa che chiama "il museo degli orrori" dove raccoglie tutti i regali più orrendi che ha ricevuto). Ma poi si riempie la cucina di oggettini di plastica (come quei pupazzetti che una volta venivano regalati assieme alle merendine dei bambini). La frase di Lele Cerri in "Franz: "e sul televisore pieno di giochini" è una fedele descrizione dei televisore della cucina di Mina: pieno di giochini, cosine, pupazzini.
Boh! Valli a capire gli artisti!

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Mina e la pittura

di Luigi Nava - Giugno 2003


Più che hobby per la pittura, direi che Mina ha passioni estese e interessi polimorfi. Ha dipinto, certo. Ma si tratta di cose molto semplici, dal punto di vista tecnico. Mina, che è sempre per la superspecializzazione, non ha mai avuto la pretesa di essere una pittrice. Ha cominciato verso la fine degli anni ‘80, quasi per gioco, perché voleva arredare alcune camere di una casa al mare. Si è messa a sfogliare alcuni volumi di un pittore che adora, Pablo Picasso. E da lì ha cominciato a copiare, anche con alcune modificazioni. Ma lo spunto era sempre Picasso. La tecnica usata era prevalentemente il pastello a cera, che ben si presta per colori molto forti e vivaci. Ne ha fatti molti. E ha riempito molte pareti bianche. Quindi un uso interno, esclusivamente interno, senza alcuna pretesa di artisticità. Alcune volte, anche recentemente, mi ha chiesto se volevo che lei facesse qualche quadretto da mettere in casa, a puroi scopo decorativo. Io ho setto: "Se proprio insisti ... Ma non star lì a perder tempo per me". Per me quei quadri sono belli, perché sono delle fortissime macchie di colore, sullo stile picassiano.
Mina ha scelto prevalentemente soggetti marini, oppure ritratti di madri con bambini.
Ma, ora che mi ricordo, la passione per la pittura era leggermente precedente, perché già in occasione del Natale del 1986, Mina regalò a mia madre una sciarpa e poi aggiunse anche un dipinto. Ma lì era ad acquarello. E rappresentava una donna in abiti ottocenteschi. Mia madre era tutta orgogliosa per quel dono autografato. Lo fece incorniciare. Qualche tempo fa ho rivisto il dipinto nella nuova casa di mio padre. E gli ho imposto di conservare il quadretto con attenzione, senza avere il minimo pensiero di darlo a qualcuno. Non ha mai fatto autoritratti. Più che altro si diverte a lavorare con Photoshop, sul suo MacIntosh, ritoccando foto sue o di altri. Lì si sbizzarrisce alla grande. E mi stupisce come abbia imparato ad usare Photoshop con grande maestria, senza alcun aiuto da parte di altri. Se poi da tutto questo si deve arrivre a disquisire sulla molteplicità dei linguaggi con cui si esprime un artista, mi pare eccessivo. Nel caso in questione io credo che sia un modo di esprimersi di Mina, che ama la crezione di qualcosa, senza pretendere con questo hobby di fare arte. Più che altro leggo questo hobby di Mina dentro la sua passione per la modifica. A volte la chiamo "la regina della modifica". Perché le piace prendere una scatola di cartone e ridipingerla, usare i nastrini dei pacchi natalizi e riutilizzarli per altre decorazioni. Non possono mancare in casa sua valanghe di pennarelli, di Uniposca, di aggeggi di cancelleria. E fa e disfa, e taglia e cuce, e colora e cancella, e va di attaccatutto e di altre cose del genere. Basta dire che ha dipinto coi pennarelli indelebili anche il grambiule che portava Benedetta nello spettacolo "Bigodini" con Platinette. E, non contenta, si è messa anche a fare la sarta e a sistemare gli abiti di scena. Appunto: la regina della modifica.

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